Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 22 maggio 2015

Annarita Sidoti (1969–2015)

Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 15 maggio 2015

B.B. King (1925–2015)

Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 13 aprile 2015

El Dante

Ho fatto appena in tempo a vantarmi di non guardare la televisione, ed ecco che il mio amico Franco Nembrini mi dà l’occasione di rimangiarmi tutto. Un altro duro colpo alla mia proverbiale superbia: grazie a Franco, e grazie al padre Dante.

Da stasera, per quattro lunedì, tutti piazzati davanti a TV2000 (canale 28 del digitale terrestre).

Pubblicato da: Galliolus | sabato, 28 marzo 2015

The Newsroom

Guardo poca televisione. Anzi, escludendo i film e le telecronache sportive, si può dire che io non ne guardi affatto. Ad esempio, negli ultimi vent’anni credo di aver seguito solo due telefilm: Don Matteo e Dr. House. Lo so, quasi nessuno li chiama più telefilm, ma mi piace essere d’accordo con una minoranza, e se in questa minoranza c’è Luca Sofri allora sono in buona compagnia.

Proprio dal peraltro direttore ho sentito parlare per la prima volta di The Newsroom, un telefilm americano scritto da Aaron Sorkin che, attraverso le vicende di una redazione televisiva, ci propone un formidabile punto di vista sul giornalismo, sulla società che vogliamo e su quella che abbiamo, sul lavoro e su come vada fatto bene, sul rapporto tra i nostri ideali e le nostre azioni concrete. Se accettate l’opinione di uno spettatore che non si lascia coinvolgere facilmente: è una serie eccezionale.

Non vi parlerò della storia, rimandandovi a diversi interventi su Wittgenstein (uno, due, tre, quattro e cinque, attenzione agli spoiler). Solo qualche parola sui personaggi e sugli attori, tutti molto bravi.

Jeff Daniels è il protagonista, il mezzobusto Will McAvoy: repubblicano moderato, incarna un’idea di destra che anche in Italia va scomparendo; interpretazione credibile, anche se inevitabilmente riaffiora talvolta il ricordo di Scemo & + scemo. Emily Mortimer è MacKenzie MacHale, produttrice del notiziario e coscienza critica della serie: educata per sua stessa ammissione dai film di Frank Capra, come una sorta di Beatrice guida Will e gli altri verso la beatitudine del buon giornalismo. L’origine del personaggio, secondo me, non è letteraria ma va rintracciata nei fumetti: la professionalità e l’intuito di Lois Lane mischiati con la rettitudine e la disinvoltura di Clark Kent. Sam Waterston è Charlie Skinner, il vecchio e saggio direttore, impegnato — tra un whisky e l’altro — a muovere i fili senza farsi troppo notare; l’attore è il protagonista di Urla del silenzio, e mi piace pensare che anche il personaggio sia lo stesso, immaginato trent’anni dopo. Skinner ha anche il compito di fare da filtro contro Leona Lansing, che ci mette i soldi e con lo stesso metro misura i risultati: un’acidissima e convincente interpretazione di Jane Fonda, già signora Turner. La redazione è composta da Maggie Jordan (Alison Pill) nel ruolo della bionda in pericolo, contesa dal buono ma non troppo Jim Harper (John Gallagher Jr.) e dal cattivo ma non troppo Don Keefer (Thomas Sadoski). Sloan Sabbith (Olivia Munn) è l’esperta di economia, bellissima e secchiona allo stesso tempo. Uno dei segreti del funzionamento di una sceneggiatura sta nel proporre personaggi nei quali gli spettatori di diverso tipo possano identificarsi: se è così, spesso io mi sento Neal Sampat (Dev Patel, l’avete visto in The millionaire, sceneggiato dallo stesso Sorkin).

Ciascun episodio è ambientato in un giorno preciso: le notizie sono quelle vere, così come i personaggi di cui si parla. Ci sono anche storie che si sviluppano in sottofondo, lungo tutta la serie, ma ogni episodio è autoconcludente. La sceneggiatura scorre come un orologio. L’unico neo è l’eccessivo peso dato agli amori e amorazzi dei protagonisti, quasi tutti molto giovani: adulti sul lavoro, adolescenti fuori; ma forse anche nella vita reale accade lo stesso.

La tre stagioni del telefilm sono andate in onda negli Stati Uniti a partire dal 2012, senza ottenere un grande successo. In Italia, Rai3 ha trasmesso le prime due stagioni, ma non le ha viste quasi nessuno. Scrivo questo articolo — peccato non averci pensato prima! — per segnalare che RaiMovie sta trasmettendo le repliche, ogni domenica in seconda serata, dopo il film.

Guardàtelo.

Capirete perché l’America è il più grande Paese del mondo, mentre noi abbiamo ancora Vespa e Giacobbo.

Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 13 marzo 2015

Considerazioni sul sistema elettorale greco

Alcune settimane dopo la netta vittoria del suo partito alle elezioni politiche, Alexis Tsipras continua ad essere protagonista della cronaca politica ed economica. Noto anch’io, come tutti, l’abisso che si apre tra la campagna elettorale e la concretezza del governo; ma non pretendo di avere le competenze per giudicare problemi molto fuori dalla mia portata. Colgo solo l’occasione per augurare ogni bene ai fratelli greci: una faccia, una razza.

Vorrei invece richiamare l’attenzione su un altro tema, che secondo me è stato portato prepotentemente alla ribalta dalle recenti elezioni greche: parlo del sistema elettorale, e di come la scelta di questo sistema possa essere decisiva, sia per i risultati, sia per la percezione che si può avere di questi risultati.

Come si può vedere dal grafico qui sotto, Syriza — il partito guidato da Tsipras — ha guadagnato 149 seggi sui 300 che compongono il parlamento greco.

parlamento_greco_2015

Avendo solo sfiorato la maggioranza assoluta, Syriza non avrebbe potuto governare da sola: per questo motivo è stata perfezionata un’alleanza con il partito dei Greci Indipendenti (ANEL), guidato da Panos Kammenos. Grazie ai 13 seggi di ANEL, la coalizione ha raggiunto una maggioranza piuttosto ampia — il 54% dei seggi — e si presume che possa governare senza eccessive sorprese. Per questo appoggio, ANEL è stato premiato con il Ministero della Difesa, mossa che dovrebbe avere un effetto tranquillizzante sulla parte moderata dell’elettorato greco.

L’alleanza tra Syryza e ANEL si presenta come problematica, stante l’enorme distanza che separa i due partiti su quasi ogni argomento, ad eccezione dell’opposizione alle politiche di rigore e austerità imposte ai greci dalla troika. D’altra parte, questo era il punto che stava maggiormente a cuore a Tsipras, che con qualsiasi altra alleanza avrebbe dovuto cedere a qualche compromesso sul punto principale della sua agenda politica. La Grecia di oggi ha sostanzialmente un solo problema, importante e urgente: tutte le altre questioni possono essere almeno temporaneamente trascurate, o almeno rimandate a tempi migliori. A differenza di molti commentatori, non storco il naso per l’inedito accordo tra destra e sinistra, concetti di cui stento sempre più ad afferrare il significato; anzi, accolgo sempre con favore quei politici capaci di ingoiare qualche rospo, mettendo il bene del loro Paese davanti alla loro ideologia. Non sono neanche molto stupito: le proposte di Tsipras sono state sostenute, tra gli altri, da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Marine Le Pen.

Durante la campagna elettorale, per quanto se ne è saputo in Italia, si è discusso quasi esclusivamente di “lacrime e sangue”. Le elezioni politiche sono state in qualche modo un referendum, pro o contro le politiche europee di rigore: la grande maggioranza dei greci si è espressa per il contro, adesso è giusto che governino i portatori di queste posizioni.

E qui, finalmente, arrivo al punto: è andata veramente così?

Analizziamo meglio il voto, grazie all’apposita pagina di Wikipedia e al più schematico riassunto del Ministero dell’Interno greco. La legge elettorale greca è semplice e brutale: il Parlamento (monocamerale) consta di 300 seggi: 250 sono assegnati da un sistema proporzionale puro, con sbarramento al 3%; i restanti 50 seggi vanno di diritto al primo partito.

Secondo la Costituzione Greca (articolo 51.5) il voto è obbligatorio, anche se non sono previste sanzioni per i non votanti. Nonostante ciò, sono andati a votare poco meno del 64% degli aventi diritto, e alcuni di essi hanno votato scheda bianca o nulla. I voti validi sono stati 6.181.274, pari al 62,39% dei 9.906.954 aventi diritto. Questo apre tutto un filone di discussione che ora non voglio affrontare.

Mentre rimando alle pagine citate per i particolari, mi sono permesso di fare alcuni calcoli:

  • il partito di Tsipras (Syriza) prende il 36,34% dei voti, guadagnando il 49,67% dei seggi;
  • il suo alleato (ANEL) prende il 4,75% dei voti, guadagnando il 4,33% dei seggi;
  • i partiti favorevoli alle politiche di rigore (Nuova Democrazia del presidente uscente Antonis Samaras, PASOK, DIMAR, Il Fiume) prendono il 39,04% dei voti — più di Syriza! —, guadagnando il 35,33% dei seggi;
  • due partiti non assimilabili ai precedenti, per opposti motivi (Alba Dorata e Partito Comunista-KKE) prendono insieme l’11,75% dei voti, guadagnando il 10,67% dei seggi;
  • altri partiti minori prendono complessivamente l’8,14% dei voti, ma non ottengono alcun seggio.

In breve: Syriza e ANEL costituiscono un governo di minoranza, che però ha il potere di prendere decisioni storiche, che incideranno sui greci per i prossimi decenni. Io starei molto attento a parlare di trionfo, parola che nei giorni successivi alle elezioni si è letta molto spesso.

Starei anche molto attento ad evitare una legge elettorale che possa portare anche noi italiani a conclusioni simili: su quest’ultimo punto, però, temo di non essere ascoltato.

Aggiornamento (2015-07-02): I nodi vengono al pettine. Messo alle strette da un negoziato molto difficile, Tsipras si è accorto di non poter essere sicuro di rappresentare il suo Paese. È molto difficle giudicare da qui, ma la mia impressione — condivisa più autorevolmente da Leonardo — è che la convocazione del referendum di domenica prossima debba essere interpretata in questo modo.

Pubblicato da: Galliolus | sabato, 21 febbraio 2015

Claude Criquielion (1957–2015)

Claude CriquielionLa prima sbronza non si scorda mai.

Per me è stato nel formidabile 1984, domenica 2 settembre. Come ben si sa, la prima domenica di settembre sono impegnato alla Sagra del Cinghiale: un impegno che, se ben preparato, permette alcune ore di ozio pomeridiano. Gli sportivi da divano come me — ma allora la definizione non era contrapposta all’essere uno sportivo da strada — cercano di riempire il vuoto con qualche evento: all’epoca potevi sempre contare sul campionato mondiale di ciclismo, che oggi è spostato più avanti. A seconda degli anni, potevano sovrapporsi il Gran Premio di Monza o addirittura la prima giornata del campionato di calcio, che normalmente assicuravano il moltiplicarsi delle preziose radioline.

Quell’anno c’era solo il ciclismo, e volentieri accettai l’invito di due amici più grandi che andavano a casa di uno di loro a vedere la televisione. Si correva a Barcellona, in quel circuito del Montjuïc — si scrive così, in catalano — che esattamente undici anni prima aveva visto trionfare Felice Gimondi. Francesco Moser veniva da un anno trionfale e la squadra era tutta per lui; quell’altro non era stato neanche convocato. Per farla breve: ci speravo.

Accendemmo la televisione appena in tempo per sentire la ferale notizia: ritirato al quattordicesimo giro.

— Dammi da bere! — esclamai in maniera teatrale, con la goffaggine di chi vuole apparire grande ma teme di non esserlo.

Il padrone di casa non se lo fece ripetere due volte, anche perché stava già tirando il collo a una bottiglia tenuta in fresco per l’occasione: un bianco nostralino che avrebbe potuto anche essere spacciato come Pigato. Il primo bicchiere andò giù che non me ne accorsi neanche.

Il caldo soffocante di Barcellona aveva consigliato l’abbandono a tutti i favoriti: prima di Moser, anche Hinault, Fignon e Kelly avevano messo il piede a terra. Il ciclismo è bello quando vince il favorito, non si può mica stare lì ad aspettare Lejarreta! E poi, che caldo anche qui! Ed ecco il secondo, provvidenziale bicchiere.

Gli altri bicchieri, non li ricordo. Ricordo solo che il mio bicchiere, non so come, era sempre pieno. Ricordo anche, ma molto vagamente, un corridore belga che scatta e nessuno lo considera, mentre Argentin e Lemond sono troppo preoccupati l’uno dell’altro. Non che fosse un fuggiasco da poco, o sconosciuto: il nome di Claude Criquielion compariva sovente nelle telecronache, ma raramente nella fase finale. Più che un nome era una figura retorica, serviva solo a De Zan per riempire alcuni momenti di stanca: un po’ come “Giovanbattista Baronchelli“, o “il gigantesco Eros Poli” o ancora “Giupppponi” — da pronunciarsi sempre con molte “p” —; in questo caso, serviva anche per mostrare a tutti la perfetta padronanza della lingua francese, un po’ frustrata dal fatto che i ciclisti belgi sono quasi tutti fiamminghi. Clòdcriccheiòn: sembrava proprio di vedere la boccuccia prominente del re dei telecronisti. Certo che quel nome faceva proprio ridere! Com’era divertente ripeterlo! Ma che sete!

C’era anche Claudio Corti, che era un corridore normale tutto l’anno ma si esaltava col solleone: forse poteva farcela, forse no, ma io avevo sete anche per lui. Ci alzammo senza aspettare gli inni nazionali. Meglio: si alzarono, perché io mi risedetti subito. Mi tolsero di mano il bicchiere della staffa e mi riportarono in piazza. Faceva ancora caldo, ma mezzo km di salita a piedi aiuta a rinfrescarsi un po’ le idee. C’era mio padre, naturalmente, e mi riconsegnarono a lui: gli dissero di non sgridarmi, che era stata colpa loro, che avevano voluto divertirsi alle mie spalle. Mio padre non mi disse niente, ma non poté trattenere una risata: a lui era accaduto lo stesso, e a tutti quelli prima di lui fino a Noè, suppongo. Ma allora pensavo che ridesse per via di quel buffo nome: Clòdcriccheiòn!

Mi misero in un posto dove non davo fastidio. Passai la serata esclamando Clòdcriccheiòn! a tutti quelli che passavano a salutarmi, ottenendo in cambio un bonario e paterno sorriso. Non stetti male, non vomitai, non importunai nessuno, non ebbi bisogno di guidare per tornare a casa: sarebbe bastata una buona dormita per rimettermi in sesto. Fui fortunato: l’unica conseguenza è che, ancora oggi, il Pigato non mi piace moltissimo. Mi è sempre piaciuto bere un buon bicchiere, ma non ho mai più superato quello che potremmo definire il livello dell’allegria.

Oggi la prima sbronza si prende da ragazzini, spesso da soli, per vedere se si è abbastanza in gamba da prenderne una pubblicamente. I miei alunni usano vodka alla frutta, se la trovano, oppure birra scadente, che è molto peggio. I loro padri vanno a riprenderseli al pronto soccorso, se qualcuno ce li porta. E se hanno dei padri. Non immaginate come sia difficile diventare grandi, in questi tempi di decadenza. Poi certamente, noi adulti ci laviamo la coscienza con facili tormentoni — bevi responsabilmente! — e chiamando a scuola gli esperti: ASL, forze dell’ordine, vigili urbani, educazione alla salute e quant’altro. Tutte iniziative che, come ben si sa, ottengono automaticamente il loro scopo.

Claude Criquielion non era un campione quando vestì la maglia iridata, ma lo divenne in seguito, onorando quella maglia come pochi altri. Porta con sé un campionato belga (1990), due Frecce Valloni (1985 e 1989) e un Giro delle Fiandre (1987), oltre ad una innumerevole serie di podî nelle grandi classiche, spesso beffato da Moreno Argentin. Avrebbe potuto vincere un altro mondiale, a casa sua: fu sfortunato, è vero, ma sull’arrivo di Renaix/Ronse il nostro giovane Fondriest era a mio avviso imbattibile. Dopo il ritiro, fece per qualche anno il direttore sportivo, portò in giro per il mondo il figlio disabile, mise su qualche kilo di troppo.

Tra padri di famiglia ci si intende sempre, e sono certo che mi perdonerà se ho preso a pretesto la sua storia per raccontarne un’altra.

[Foto: Museo del Ciclismo]

Pubblicato da: Galliolus | giovedì, 19 febbraio 2015

Il Paradiso della Brugola

Anche questo blog partecipa all’unanime cordoglio per la scomparsa del cavalier Michele Ferrero, che tanto ci ha reso dolce la vita.

Forse proprio a causa del peso mediatico di questo lutto, è ingiustamente passata quasi sotto silenzio la morte di un altro grande imprenditore italiano: Giannantonio Brugola, che con il padre Egidio ha riempito il mondo della sua idea meravigliosa.

Quante volte ho benedetto il loro nome, durante le mie periodiche sessioni di bricolaggio! Quante volte l’ho invocato, lottando strenuamente contro una vite spanata!

Se il grande langarolo ha reso migliori le nostre vite, il grande brianzolo ha reso migliori le nostre viti. Non vi sembri una cosa da poco.

Pubblicato da: Galliolus | martedì, 23 dicembre 2014

L’autoplagio di Mario Lavezzi

Apprendo da Il Post che la Regione Lombardia ha deciso di dotarsi di un nuovo inno, per il quale sono stati incaricate due vacche sacre come Mogol e Mario Lavezzi. La notizia mi ha molto incuriosito, provocando in me il desiderio di saperne di più: ogni regione ha un inno? qual è l’inno della mia regione? e poi, perché si parla di un nuovo inno? ne esiste forse uno vecchio?

Seguono rapide e non approfondite ricerche in rete. Non credo che esista un precedente inno lombardo, a meno di voler considerare uno strano ibrido tra la musica di Deutschland über alles e un testo inneggiante agli Asburgo («Serbi Dio l’austriaco regno…»): non proprio di attualità, diciamo così.

Riguardo alla mia amata Liguria, abbiamo l’imbarazzo della scelta, ma ho il forte sospetto che siamo ancora lontani dall’ufficialità.

Torniamo agli amici lombardi. L’inno è stato approvato dal Consiglio Regionale, ed è stato pubblicato sui profili sociali di Raffaele Cattaneo, Presidente del Consiglio Regionale medesimo.

Che dire? Io ho avuto qualche dubbio sul cielo azzurro, che dopo pochi secondi si è dissolto, lasciando al posto ad un altro ricordo:

L’autore della musica è lo stesso Mario Lavezzi, quindi non si può neanche parlare di plagio. La canzone non fu probabilmente un successo planetario, ma per qualche motivo la ricordo bene anche dopo oltre vent’anni; per uno strano scherzo della memoria, non ricordavo invece chi fosse Chico Mendes.

Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 5 dicembre 2014

Un piccolo passo verso Marte

Pubblicato da: Galliolus | mercoledì, 26 novembre 2014

Pelati… come me!

(Qui tutte le informazioni!)

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