Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 9 maggio 2008

Trent’anni dopo

Trent’anni fa esatti, il corpo di Aldo Moro venne trovato nel bagagliaio della Renault 4 rossa: quel fatto — e i cinquantacinque giorni precedenti — resteranno decisivi nella storia dell’Italia contemporanea e nella vita della mia generazione.

Questo articolo vuole essere un ricordo — forse un omaggio — personale. Altri avranno l’interesse e la competenza di ricostruire i fatti, le responsabilità, le dietrologie; a me, ad essere sincero, non interessa molto sapere come siano andate veramente le cose. Diciamo meglio: mi interessa da un punto di vista culturale. Sapere se è stata colpa della CIA, o del KGB, o di Andreotti, è utile ormai per i libri di storia, ma certo non mi cambierebbe la vita. Diciamo che quando saremo in Paradiso avremo tempo di vedere tante cose: che cosa è successo nella seduta spiritica di Prodi, chi ha sparato a Kennedy, chi ha passato la borraccia a chi…

Alcune esperienze mi separano moltissimo da persone che hanno solo pochi anni in più o in meno. Facevo la seconda media in quella primavera del 1978: a differenza dei miei alunni di oggi, guardavo il telegiornale. Certo, guardavo anche Goldrake, che proprio in quei giorni iniziava a lottare per l’umanità, sul secondo canale verso le sette; ma poi arrivava il tg. Ricordo la preoccupazione di mio padre, resa più evidente dal suo tentativo di non farsene accorgere. Mio padre ha sempre lavorato in un albergo, quindi non era mai a casa per cena; io iniziai a fare l’ometto di casa, e cercavo di tenerlo informato al suo ritorno.

La mattina del 16 marzo — quella del rapimento — ci avevano fatto andare via da scuola. Non so perché, ma pur abitando vicino alla scuola ero andato a casa del mio amico Marco, che stava dall’altra parte del paese; suo padre era venuto con l’automobile. Forse avevano chiamato i genitori che ci venissero a prendere, e a quel tempo non avevamo il telefono a casa. Ci avevano mandato a casa senza dirci niente, e così seppi la notizia dal papà di Marco. Seguì una mattinata di silenzio imbarazzato, lui che non sapeva come spiegarci una cosa inspiegabile, noi indecisi tra la gioia di una vacanza inaspettata e l’ombra che si profilava all’orizzonte. Vespa e Frajese alla televisione non avevano notizie e litigavano tra loro: i brigatisti erano travestiti da poliziotti o da piloti dell’Alitalia?

Di quei 55 giorni non ricordo le discussioni sulla “linea della fermezza”. Ricordo un’Italia unita nella condanna, oggi si direbbe senza se e senza ma. Ricordo che quella foto, senza cravatta e con la camicia sbottonata, era sottilmente umiliante: non so se fosse un effetto voluto. Ricordo le fiaccolate dei giovani democristiani sotto la sede del partito: cantavano Moro è qui con tutta la DC come fossero allo stadio. Rimasi molto impressionato, perché allora credevo che i democristiani fossero tutti vecchi; i giovani, si sa, erano comunisti. Il ricordo più vivo è quello del vecchio papa, che di Moro era amico personale da molti anni. Dapprima con il suo messaggio agli uomini delle BR: un messaggio forte, virile, pieno di dignità anche se forse disperato. Poi al funerale, quando si scagliò con veemenza contro Dio stesso: Tu non hai voluto ascoltare le nostre preghiere, gridò con un’energia che non ebbe né prima né dopo. Mi era sempre sembrato un papa vecchio e stanco, oltre che un po’ triste; ma forse ero io che ero troppo piccolo. Fui scandalizzato da quelle parole: se Dio non ascoltava le preghiere del papa, come potrà ascoltare le mie? Paolo VI morirà tre mesi dopo quel funerale, nella calda estate che seguì i mondiali con la più bella Italia di sempre.

Ricordo che ci dissero un sacco di volte che via Caetani è simbolicamente a metà strada tra via delle Botteghe Oscure (sede del PCI) e piazza del Gesù (sede della DC). Non è vero. Via Caetani è una traversa di via delle Botteghe Oscure; piazza del Gesù si trova a poca distanza ma dalla parte opposta, tra via del Gesù e via d’Aracoeli. Forse volevano portarlo veramente a metà strada, ma c’era troppa polizia in giro; forse, più semplicemente, ci hanno detto una bugia.

Non ricordavo i nomi dei cinque agenti di scorta uccisi in via Fani: Domenico Ricci e Oreste Leonardi, carabinieri sull’auto di Moro; Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, poliziotti sull’auto di scorta. L’Italia degli anni di piombo ha avuto troppi morti per ricordarli tutti.

In questi trent’anni ho letto molte cose, ma ancora non ho un giudizio chiaro sulla faccenda. Non so se sarei stato per la fermezza o per la trattativa. Non so neanche se avrei approvato la linea politica di Moro, o se sarei stato uno dei suoi tanti avversari. Sono colpito da un fatto: nelle tante vie e piazze a lui dedicate che sono spuntate nel frattempo, di solito c’è scritto Aldo Moro, statista. Non so voi, io l’ho visto solo per De Gasperi. Di certo non lo scriveranno per nessuno dei politici oggi viventi.

[La foto di Aldo moro è presa da Wikimedia Commons ed è di pubblico dominio. Per la cartina ho usato Google Maps.]

Aggiornamento (2008-05-10): Le parole del Papa sono qui. Per la precisione, disse Tu non hai esaudito la nostra supplica dentro un discorso che, letto adesso, è pieno di speranza cristiana. Però l’impressione del momento è stata quella: non so, sarà stato il tono della voce.

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Responses

  1. a torino gli anni di piombo sono stati terribili.
    la paura e il disagio erano palpabili e la città, caso mai ce ne fosse stato bisogno, era diventata ancora più grigia.

    mi ricordo ancora la faccia di mio padre, quando tornò una sera a casa e ci disse che avevano ucciso carlo casalegno.
    mio padre era un giornalista, e casalegno era suo amico.

  2. a me invece cambierebbe qualcosa, cioé mi farebbe piacere che si mettessero a tacere le illazioni su una parte della Dc vigliaccamente inerte per far fuori un capo scomodo. non ho mai trovato elementi sufficienti per prenderla in considerazione come ipotesi sensata, come del resto sono abbastanza convinto dell’estraneità di andreotti a molte delle accuse che gli sono mosse sia sul caso moro sia sui suoi presunti accordi con boss mafiosi. penso che il giorno che si separeranno i fatti dalla propaganda (i magistrati non l’hanno fatto, a mio parere) su questi e altri punti oscuri della storia repubblicana sarà un bel giorno per la democrazia.
    a parte questo, nel periodo del rapimento anch’io ero in seconda media. non ci hanno mandato a casa la mattina del 16 marzo, ma abbiamo fatto lezione in un clma surreale. mi ricordo la prima ora passata con i professori che parlottavano nel corridoio. sono stato io a chiedere alla prof di scienze, nel momento in cui entrava in classe visibilmente alterata, che cosa fosse successo. la sua risposta fu secca e quasi rabbiosa.
    il nove maggio eravamo in gita scolastica a mantova, eravamo in autobus fuori dal palazzo del tè quando sentmmo alla radio la notizia. ricordo che mi fece male. io ci speravo nella liberazione.


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