Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 16 giugno 2008

Notturno

Da uno dei tanti scatoloni, residuati di una vita di traslochi, è spuntata fuori una chicca che nemmeno ricordavo di aver comprato: Notturno, un romanzo di Isaac Asimov e Robert Silverberg. Il libro è tratto da un racconto di Asimov del 1941, che a suo tempo fu considerato il miglior racconto fantascientifico della storia.

Vi dico alcune cose cercando di non rovinarvi la sorpresa: innanzitutto, un’idea della trama. Kalgash è un pianeta con sei soli: almeno uno di essi è sempre presente in cielo, per cui non è mai notte. Il Buio — sempre con la maiuscola — è semplicemente un fenomeno sconosciuto, inimmaginabile. Una serie di informazioni, provenienti da diverse fonti scientifiche ma anche dalla locale “religione”, fanno presumere che possa avvicinarsi il fenomeno più tremendo e formidabile: un’eclisse e, con essa, il Buio e lo sconvolgimento generale che potrà seguirne. Riusciranno i nostri eroi a salvare la civiltà?

Il romanzo è molto bello, e alcuni spunti mi sembrano fondamentali per il futuro di questo blog, che stenta un po’ a trovare un filo conduttore unitario. Il primo riguarda il metodo scientifico, e la genesi della scoperta scientifica. Su Kalgash c’è un livello tecnico, scientifico, filosofico e sociale del tutto paragonabile a quello terrestre attuale — splendida la citazione della Spada di Thargola 14, l’equivalente del Rasoio di Occam —; solo che l’astronomia non esiste, o quasi: d’altra parte, le stelle non si vedono. Athor 77, colui che ha introdotto la teoria della Gravitazione Universale, è tuttora vivente e dirige l’Università di Saro. Beenay 25, un giovane ricercatore che ha in Athor un mito, oltre che un superiore gerarchico, si accorge che ci sono piccole discrepanze tra la teoria e le misure prese dai suoi dottorandi. Che fare? Licenziare i dottorandi? Dirlo ad Athor, rischiando una reazione? Buttare via i dati, e fare carriera all’Università grazie ad una teoria falsa? Ma è poi così vero che quando i dati non corrispondono alla teoria bisogna buttare la teoria? Non c’è il modo di salvare capra e cavoli?

Crede davvero che io ami la mia teoria più della verità? chiede Athor a Beenay al culmine del loro dialogo. A scanso di equivoci, effettivamente Athor ama la sua teoria più della verità: ma è prima di tutto un uomo vero ed uno scienziato, e sa che la realtà non lo tradisce mai.

Oltre all’astronomia, una sesquipedale differenza tra noi terragni e gli abitanti di Kalgash sta nella religione. Sulla Terra abbondano religioni di ogni genere, e anche le più ingenue portano un piccolo pezzo di Verità, magari confusamente ma quasi sempre in maniera dignitosa. Su Kalgash ci sono gli Apostoli della Fiamma, una squallida setta che fa presa solo sulla parte più ignorante e becera della popolazione, senza dare nulla in cambio: niente etica, niente estetica. Il loro unico scopo sembra essere il potere dei capi: una specie di wannamarchismo galattico. Ma essi sanno dell’esistenza delle Stelle — sempre con la maiuscola —, anche se non sanno spiegare che cosa siano: ed è proprio questa fede che li rende in qualche modo attraenti, una volta che li abbiamo conosciuti da vicino, non certo la presunta fede in generici quanto ininfluenti “dèi”. Lo scienziato Beenay — con tutta la fantasia di cui è capace, e suscitando l’ilarità generale — si spinge fino ad immaginare un Universo ben più vasto di quello conosciuto, con una decina di altri soli troppo lontani per essere visibili; gli Apostoli — fidandosi di una incredibile e frammentaria testimonianza di tempi remoti — parlano di milioni di Stelle. Chi è più ragionevole? Ma è poi possibile un pensiero religioso che non parta dalla contemplazione del cielo stellato? Non sarà che la visione delle Stelle è propedeutica a qualsiasi idea di Dio? Non sarà che l’anima viene infusa all’uomo con la posizione eretta, che gli permette di osservare il cielo? E l’attuale secolarizzazione, non sarà forse figlia della luce elettrica e dell’eccessiva illuminazione cittadina?

Un’ultima annotazione. Qui sulla vecchia Terra, ciò che chiamiamo scienza è nato quando un cattolico ha guardato il cielo con un cannocchiale. Mi spiego meglio: ha guardato un luogo sacro con uno strumento profano; ha visto e compreso senza togliere nulla al mistero. Come è nata la scienza su Kalgash? I nostri autori tacciono: ci fanno vedere i cannocchiali di Chekktor e Stanta, accennano all’eliocentrismo di Genovi 41, ma non rispondono. Su Kalgash sono passati quattro secoli tra Galileo e Newton: cosa hanno fatto gli scienziati nel frattempo? Come sono state fatte le altre scoperte? Mistero.

Sul libro poi c’è molto altro, dall’etica del giornalismo all’analisi dei fondamenti della convivenza sociale. Ma non voglio raccontarvi altro: leggetelo!


Isaac Asimov e Robert Silverberg
Notturno
[Nightfall]
traduzione di Gino Scatasta
Bompiani, Milano, 1991
ISBN 9788845247873

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Responses

  1. non mi ricordo se ho letto il libro o il racconto, ma trovo abbia una grande analogia con Pitch Black, almeno nel nocciolo del fenomeno del buio.

    Inoltre hai involontariamente risposto a una domanda che mi ponevo ma che non approfondivo per pigrizia :D

  2. Quale domanda? Il popolo vuole sapere!

    A proposito di domande, ne aggiungo una io: come fa Tambu ad avere commentato 7 minuti dopo la pubblicazione? Scriverò due righe a quelli del Guinness!

    PS: Non ho visto Pitch Black, anche se ne ho sempre sentito dire un gran bene.

  3. non ti ricordi di averlo comprato perché é un’eredità del padrino della Pasionaria.. Confermo che il libro è molto bello, anche la scena della ¨camera oscura¨ merita..

    Salutiamo la famigghia..

  4. Benvenuto, Padrino!
    Baciamo le mani!


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