Pubblicato da: Galliolus | giovedì, 10 luglio 2008

Gli amici della piazza

Non vorrei che questo diventasse un blog di commenti politici. Non vorrei neanche che arrivassero orde di amici anonimi di questi e di quelli, a fare dei commenti un terreno di scontro. Se volete questo, andate da Cronachesorprese che è un uomo saggio e paziente. Ma una cosa la voglio dire, perché l’ho imparata più di vent’anni fa e non me la sono più scordata: anzi, col tempo diventa sempre più vera.

Una premessa per i lettori più giovani — e per quelli smemorati. Quella che oggi chiamiamo “Prima Repubblica”, proprio negli anni della sua irreversibile decadenza, riuscì ad esprimere il più giovane Presidente del Consiglio della storia italiana. Giovanni Gorìa nacque ad Asti nel 1943: a 39 anni fu ministro del Tesoro, incarico che mantenne per cinque anni attraversando quattro successivi governi. Nel 1987, a 44 anni, fu Presidente del Consiglio, carica che mantenne per un annetto. Il cancro se lo portò via nel 1994, insieme ad un certo modo di intendere la politica. Non era un uomo carismatico: divenne anzi famoso per la caricatura di Forattini, nella quale era raffigurato senza volto, solo capelli e barba; in effetti, non è passato alla storia. Ma ditemi voi se, in questa gloriosa Seconda Repubblica, in questo nuovo che avanza, esista un 44-enne che possa permettersi di diventare Presidente del Consiglio, o anche solo di sognarselo.

Conobbi Gorìa a Roma, sarà stato l’autunno del 1986. Partecipai ad un convegno sulla politica universitaria, in qualità di rappresentante degli studenti; Gorìa venne ad illustrare le ragioni di alcuni tagli di bilancio — dopotutto, era questo il suo sporco lavoro. Effettivamente, le ragioni erano fondate, ma noi eravamo teste calde e non ci stavamo: tutto però accadeva in un clima di costruttiva ed educata collaborazione. Ad un certo punto, uno dei presenti fece notare al ministro che “la piazza” era contro di lui. Il ministro, con il suo solito stile dimesso, rispose semplicemente:

Nel corso della storia, raramente la piazza è stata amica della democrazia. Anzi, molto spesso è stata sua nemica.

Ecco, a me quella frase è rimasta dentro, e mi ritorna in mente ogni volta che vedo cortei, bandiere, facili slogan, due numeri diversi per la Questura e per l’organizzazione — il primo molto minore del secondo. E penso sempre che avesse ragione lui. Vi prego quindi di considerare questo articolo sganciato dall’attualità — anche se, evidentemente, l’attualità mi dà l’occasione per scriverlo. Consideratelo piuttosto un articolo che si ripubblica automaticamente ad ogni occasione simile, sotto ogni governo.

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Responses

  1. grazie per il “saggio e paziente”. a me piacciono in fondo le orde di anonimi (quasi tutti semianonimi o pseudoanonimi o aspiranti anonimi antonomastici, in realtà), anche se a volte mi sembra di essere non tanto paziente.
    la frase di goria potrebbe sembrare reazionaria, purtroppo temo che sia realista. reazionaria è l’interdizione della piazza. e un bilancio delle piazze nella storia repubblicana ha molte luci e qualche ombra. però la piazza ha sempre questa ambivalenza: accelerazione e forzatura del dibattito in una direzione. piazza navona due giorni fa è stata teatro di una forzatura. leggo l’intervento della guzzanti oggi sul corriere e ne ho un’ulteriore conferma. “Caro Ceccarelli, hai fatto un’esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l’8 luglio”. Ma chi si crede di essere? Cosa crede di aver fatto? Io provo avversione e diffidenza istintiva per chi si presenta come “la gente, il popolo”. per chi ha la presuzione di muovere la storia nel momento in cui si muove. questo penso che intendesse goria con quella frase. non aveva torto.

  2. C’è anche il fatto che in piazza devi essere per forza d’accordo, un po’ come in gradinata, o alla processione della Madonna del Carmine. Uno parla per tutti — ma chi lo ha nominato a rappresentare tutti? — e gli altri applaudono. Io preferisco sempre quei posti dove uno parla e alla fine puoi fare una domanda.

  3. anche io.


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