Pubblicato da: Galliolus | domenica, 28 settembre 2008

Il fattore umano

Maurice Castle è un agente segreto di Sua Maestà Britannica. Niente a che vedere con James Bond: ogni tanto in ufficio se ne discute, tutti lo invidiano, molti lo disprezzano. Il vero lavoro dell’agente segreto è brutto e noioso, e Graham Greene lo sa bene perché l’ha fatto davvero. Ed è un lavoro disumano, perché consiste precisamente nel perdere ogni fiducia nel prossimo. L’utile nota introduttiva di Silvana Pintozzi ed Elena Albertini ricorda la teoria più volte espressa da Greene, secondo la quale lo spionaggio non consiste nel portare via informazioni al nemico:

Lo spionaggio è ormai divenuto una forma di comportamento psicologico della guerra fredda: il suo scopo principale è quello di seminare diffidenza tra gli alleati in campo nemico. Il valore di Philby per i sovietici non consistette tanto nelle informazioni da lui fornite, ma nella sfiducia che la sua posizione provocava. L’Occidente ha risentito maggiormente della fuga di Philby che non della sua azione di spia.

La citazione di Kim Philby non è casuale: anzi, il libro sembra essere fortemente ispirato alla sua defezione. In realtà il romanzo era praticamente pronto al momento dello scoppio del caso Philby, e la sua pubblicazione fu ritardata per motivi di opportunità. Philby era stato superiore di Greene durante la Seconda Guerra Mondiale, e i due erano rimasti in buona amicizia.

Ma torniamo alla storia. Vediamo questi poveri uomini che tirano i fili della politica internazionale — e forse della Storia —, ma che sono totalmente incapaci di governare le proprie vite. Li seguiamo mentre cercano di salvare quel che resta del loro matrimonio, o di dare un’apparenza accettabile al rapporto con i figli. Mentre decidono se vale la pena di corteggiare la segretaria, sapendo che forse è una trappola. Mentre vuotano l’ennesimo bicchiere, sperando che anche stavolta passi.

Il dottor Percival (parte prima, § III.3) spiega la teoria dei “compartimenti stagni” al dubbioso colonnello Daintry, di fronte ad un quadro astratto di Ben Nicholson:

— Dia un’occhiata a quel Nicholson. Un eccezionale equilibrio. Quadrati di colore diverso. Eppure così armoniosamente riuniti: nessuno scarto brusco. Quell’uomo ha un occhio stupefacente. Cambi anche uno solo dei colori… o le dimensioni di un quadrato, e il dipinto non varrebbe più nulla.

Percival indicò un quadrato giallo.

— Ecco la sezione 6. Il suo quadrato, da ora in poi. Non dovrà più preoccuparsi del blu e del rosso. Dovrà solamente individuare il nostro uomo e poi dirlo a me. Non è affatto responsabile dei quel che accade nei quadrati blu e rossi. Anzi, nemmeno di quel che accade nel giallo. Deve soltanto riferire. Nessun rimorso di coscienza. Nessun senso di colpa.

— Un’azione non ha nulla a che vedere con le sue conseguenze. Questo, sta cercando di dirmi?

— Le conseguenze vengono decise altrove, Daintry. […] Non ha alcun motivo per soffrire d’insonnia. Cerchi soltanto di capire quel dipinto. In particolare il quadrato giallo. Se solo riuscisse a vederlo con i miei occhi, dormirebbe bene stanotte.

Disumano, d’accordo. Ma diciamolo, non è questa una perfetta metafora della vita che ci propone la modernità? Castle non ci sta: il fattore umano entra nella sua vita quasi senza farsene accorgere, e lo condurrà altrove.

Da leggere, se non soffrite di solitudine.


Graham Greene
Il fattore umano
[The human factor]
traduzione di Bruno Oddera
nota introduttiva di Silvana Pintozzi ed Elena Albertini
Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1978

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Responses

  1. l’ho letto a quattordici anni, mi è piaciuto un sacco.
    il bello di graham greene è che dice cose profonde in modo semplice, si può leggere anche da “piccoli”.

  2. ne ho letti molti altri di greene, ma non questo.
    sono d’accordo: è una perfetta metafora della tecnocrazia che, come diceva un altro grande, fa sognare “un sistema talmente perfetto da rendere inutile agli uomini essere buoni”.


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