Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 2 febbraio 2009

Il Signore degli Anelli #1

Ole RitterSono appena passati 25 anni, quasi non me ne accorgevo; ma per me la storia era cominciata molto tempo prima.

Estate 1973: il premio per aver brillantemente superato l’esame di seconda elementare è una fiammante bicicletta per la crescita, verde metallizzato, marchiata Maino 2000. Manca un buon palmo per mettere il piede a terra, ma facendo forza sul pedale di partenza riesco a stare in sella, posta ovviamente ad altezza minimale. È il mio ingresso ufficiale nel mondo dei grandi: il territorio a mia disposizione diventa improvvisamente stretto.

Il territorio in questione è il periplo del mio condominio, con uno dei lati che si allunga in una strada a fondo cieco. Un altro lato è caratterizzato da tre scalini, fino ad allora teatro di epiche sfide a tappi; non saranno certo loro a fermare il gruppo dei giovani aspiranti teddy-boys, che con un po’ di allenamento iniziano a scenderli in impennata. Automobili nemmeno l’ombra: la crisi petrolifera (1973–1974) e la conseguente austerity hanno lasciato nella mia generazione solo ricordi gradevoli.

Nell’autunno dell’anno seguente (siamo nel novembre 1974), il vecchio ma formidabile passista Ole Ritter tentò di riprendersi il record dell’ora, da lui stesso stabilito sei anni prima (10 ottobre 1968: 48,653 km) nell’atmosfera rarefatta di Città del Messico. Quel viaggio in altura aveva aperto una nuova via per la secolare sfida — Henry Desgrange aveva avuto per primo l’idea nel 1893, dieci anni prima di inventare il Tour de France — ma la successiva impresa di Eddy Merckx (25 ottobre 1972: 49,432 km) sembrava aver detto la parola fine sui limiti umani.

Ai tempi, Mamma Rai iniziava le trasmissioni a metà del pomeriggio: la seconda spedizione di Ritter in Messico godette di una copertura mediatica oggi impensabile. Il vecchio Ole non riuscì a battere Merckx, ma per due volte fece meglio del giovane Ole di sei anni prima, arrivando prima a 48,739 km (5 novembre) e poi fino a 48,879 km (10 novembre). Noi fummo folgorati dalla semplicità dell’idea: ventre a terra per un’ora e vediamo fin dove si arriva. L’inversione del metodo. Il nostro territorio doveva diventare un velodromo, e il salto dei gradini fu subito abolito: volevamo fare una cosa seria, anche se la scusa ufficiale fu l’aerodinamica. Ci rimaneva un percorso di forma simile ad una “J” squadrata: due angoli retti e due inversioni di marcia attorno ad appositi giudici di gara. Un terzo faceva da cronometrista e contagiri; eventuali altri partecipanti potevano mettersi a fermare le rare automobili nei punti strategici del percorso. Ogni pomeriggio per uno di noi veniva il turno del tentativo, tra lo sconcerto dei clienti di un albergo, che si godevano lo spettacolo da un dehors. Andò avanti per mesi e mesi, con discussioni tecniche sulla bici, sulla posizione in sella, sull’orario più adatto per il tentativo. Nel mondo reale, Fausto Bertoglio vinceva sullo Stelvio una delle più belle edizioni del Giro; Bernard Thévenet — con la complicità di qualche francese poco sportivo — causava al Tour l’inizio della rapida decadenza del Cannibale. Nel nostro velodromo squadrato, il ciclismo su strada ci sembrava uno sport obsoleto, ottocentesco.

Passò un anno. Nell’autunno 1975 (31 ottobre e 2 novembre), fu la volta del tentativo di Roy Schuiten, che prese una batosta colossale. Fu stabilito unanimemente che il primato di Merckx era imbattibile, e nessuno ci pensò più. Il ciclismo tornò ad essere uno sport da strada. Anche noi avevamo raggiunto i nostri limiti, e il record dell’ora cominciava a diventare un po’ ripetitivo.

Nella seconda spedizione messicana, Ritter si era portato dietro un ragazzino, compagno di squadra alla Filotex. Viaggio premio per un giovane baldanzoso, naso da campione e spalle abbastanza larghe per portare un cognome pesante: dopo aver rischiato in primavera di portar via la Parigi-Roubaix a Monsieur Roger De Vlaeminck, era fresco reduce dai successi alla Parigi-Tours ed al Trofeo Baracchi, in coppia con Schuiten. Il ragazzo non era il tipo che prendeva un aereo per fare turismo: andò, imparò il mestiere, si fece venire un’idea meravigliosa e se la tenne per dieci anni in un cassetto.

[La foto di Ole Ritter è presa da home.conceptsfa.nl/~rivala/werelduurrecord.html. Non conosco l’olandese, spero di non aver violato nessun diritto d’autore.]

[continua]

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Responses

  1. beh, forse non c’entrerà per nulla in tutto quello che hai scritto: ma vedi com’era bello e diverso e impegnativo e creativo giocare, quando eravamo piccoli…
    altro che fb e ipod nano.
    io ero “solo una femmina”, ma me le ricordo ancora le biglie di plastica con dentro la faccia di Eddy Merckx e “la maschera del dolore di Zandegù”.
    eppure ci giocavo sulle piste di sabbia al mare, e basta.
    :-)

  2. Invece c’entra perfettamente :-)

    (senza per questo buttare la croce addosso a questi poveri esserini indifesi ed iperprotetti che proprio la nostra generazione ha tirato su)

    E Zandegù… ho voglia di fare un articolo sulle biglie.

  3. […] [segue — l'articolo precedente è qui] […]


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