Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 9 febbraio 2009

Tanto per parlare di un’altra cosa #1

Io non so se è colpa della mia memoria da elefante, o della mia scarsa elasticità mentale: è che ci sono delle esperienze che mi segnano, e dopo aver visto le cose in un certo modo non riesco più a vederle in modo diverso. Ad ogni modo, non è perché sto diventando vecchio: noto che altri dimenticano più in fretta, anche più vecchi di me. Non so se è chiaro, cerco di spiegarmi con un esempio: io ho letto 1984 nel 1984. Da allora, il Grande Fratello è per me un concetto ben preciso, non posso farci niente: ancora oggi, se leggo queste due parole in qualche palinsesto televisivo, il primo istinto è di pensare ad una trasmissione di approfondimento su George Orwell.

Nel 1975 uscì Rollerball, un film di Norman Jewison oggi pressoché dimenticato: non si vede più neanche nelle notti di Rete4. Nemmeno lo scialbo remake girato nel 2002 da John McTiernan è servito a tirarlo fuori dalla naftalina.

Due parole per chi non l’ha visto: nell’anno 2018 il potere mondiale è gestito da quella che potremmo chiamare una dittatura illuminata. In un mondo unito e pacificato non ci sono più guerre né criminalità, ma c’è il rollerball, che da un lato serve a incanalare e sublimare la violenza inconscia degli individui, dall’altro a tenere occupate le masse con uno spettacolo che non metta in discussione lo status quo, secondo il classico schema del panem et circenses. Il rollerball è uno sport complesso — motociclisti, pattinatori e una palla d’acciaio in moto perpetuo dentro una sorta di velodromo — ma il segreto del suo successo è semplice: botte a volontà. L’atletico James Caan — fresco reduce dal ruolo di Sonny Corleone nelle prime due puntate del Padrino — interpreta Jonathan, il protagonista: un giocatore che comincia ad essere troppo popolare e quindi pericoloso per un Potere per il quale l’anonimato è tutto: non a caso i personaggi sono privi del cognome. Seguono tentativi di farlo fuori in qualche modo, Jonathan da sportivo diventa suo malgrado un simbolo rivoluzionario, memorabile finale “uno contro tutti”, pueblo unido: rivedendolo oggi, credo che Il Gladiatore paleserebbe più di un debito. Si tratta forse dell’apice di quel filone distopico che negli anni ’70 muove idealmente da Il pianeta delle scimmie per arrivare a Blade Runner.

Il film era vietato ai minori di 14 anni, quindi lo vidi solo qualche anno dopo, ma divenne subito un fenomeno di costume. L’Intrepido creò una serie intitolata Dopo il Rollerball: le storie, con personaggi sempre diversi, erano accomunate dall’ambientazione in un futuro disumano nel quale si praticavano cose che nella mentalità un po’ hippy dell’epoca sembravano aberrazioni: controllo demografico, eutanasia, separazione tra sesso ed amore, abolizione delle più elementari forme di solidarietà umana in nome dell’efficienza di una società perfetta.

Quando, qualche anno dopo, vidi il film, fui colpito soprattutto da una scena. Prima della resa dei conti finale, l’amico di Jonathan viene brutalmente colpito alla testa con un’azione scorretta: per il nostro eroe, un minaccioso avvertimento e la fine dell’unico rapporto umano che potesse sostenerlo, dopo che la longa manus del Potere gli aveva già portato via la moglie. L’amico ha un fisico da atleta e non muore, ma finisce in coma: in quell’asettico ospedale del futuro, sanno come fare in casi come questo. Jonathan fa un’osservazione semplice. È vero, è un vegetale, ma forse sta sognando: lasciamolo sognare in pace.

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Responses

  1. che flash, voglio rivedere quel film…
    ma jannacci quando l’ha detta quella frase che hai messo come citazione della settimana?

  2. Fabio Cutri, “Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci: allucinante fermare le cure”, Corriere della Sera 06.02.2009

  3. grazie. un articolo fondamentale e me l’ero perso…


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