Pubblicato da: Galliolus | domenica, 29 marzo 2009

Dalla parte di lei

A conclusione di quella che sarà nota d’ora in poi come La trilogia dell’ormonequi la prima puntata, qui la seconda — vorrei esaminare il problema dalla parte di lei.

Riporto la letterina sequestrata alla sventurata Gonzaga.

Guardo il cielo e penso a te, vedo i tuoi meravigliosi occhi azzurri……. Poi dico: magari non sei il raga giusto x me….. invece poi ripenso e dico: ma xché no?
Sono molto indecisa, non so cosa devo fare…… uffa!!!
Scusa per tutto, se magari ti ho fatto soffr

La sventurata sta ovviamente mentendo: non guarda il cielo ma il soffitto cadente.

Noto in questa lettera una fragilità, una debolezza eccessiva. Che diamine, sei tu ad avere il coltello dalla parte del manico, o no? Non dico che tu debba essere una fortezza inespugnabile, ma lasciagli almeno l’illusione della conquista! Che pensi di averti meritata, e non solo di essere il primo che passa di lì! Di cosa hai paura? Neanche tu fossi sull’orlo della menopausa!

Ti auguro ogni bene, ma non posso nasconderti che da questa storia avrai solo dolore. E che questo dolore ti renderà cinica. Ricordo un dialogo tra due miei carissimi amici, all’uscita di Madama Butterfly:

Lei: Ogni donna ha il suo Pinkerton.
Lui: Non è vero: esistono alcuni Pinkerton, ma le donne li usano per fare le stronze con tutti gli altri.

Se tu fossi una che accetta consigli da me, te ne darei solo uno. Parlane con tuo padre.

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Responses

  1. Probabilmente io ne avrei parlato con mia madre, a quell’età con mia madre parlavo di tutto. Se qualcuno mi avesse detto di parlarne con mio padre non l’avrei comunque fatto, ma proprio per questo avrei capito che non era una cosa seria.
    A volte la questione non è “parlarne con tuo padre”, ma avere un padre.

  2. quoto margherita :-)

    dall’alto/basso della mia posizione di madre di adolescente infognata in tempesta ormonale/innamoramento nei confronti di un tamarropigliemolla ti posso dire che stavolta sei stato un po’ ingeneroso.

    ma come?
    non è mica vero che hanno il coltello dalla parte del manico, le femmine.
    soprattutto oggi, il coltello dalla parte del manico non ce l’ha proprio nessuno, e non solo in adolescenza.

    c’è una tale confusione.
    ieri la cami mi ha detto che si sente confusa (ma va’?), che è innamorata di uno ma lui la scagazza, allora siccome un altro le va dietro, ebbene sì, l’ha baciato.
    però è triste.

    un po’ sono triste anch’io, ci patisco a vedere come sbattono le ali a muzzo, neanche fossero falene attirate dalla luce.
    l’esempio dei genitori conta? e fino a che punto?
    sarà servito raccontarle come mi sentivo io, alla sua età?
    e come è stata la mia prima storia?

    mah.

  3. Anch’io quoto Margherita! ;-)

    Non volevo dire che la donna abbia sempre il coltello dalla parte del manico, ma solo che in questo caso è lei ad averlo. Ma non se ne accorge, perché tutto intorno a lei la spinge a dire di sì. Non vuole passare per zitella, o peggio per suora. Fosse maschio, non vorrebbe passare per sfigato, o peggio per finocchio. L’idea che si possa anche dire di no, a noi stessi prima ancora che agli altri, è stata ormai abolita.

    All’asilo è normale vedere le nonne chiedere alle nipotine quattrenni: «Mi presenti il tuo fidanzatino?». Le povere bambine cercano di giustificarsi, in effetti è un po’ difficile mescolarsi a quelle piccole canaglie e ai loro gormiti; ma le nonne non si danno per vinte, regalano vestitini da lolita e insegnano qualche mossetta.

    Ho usato l’aggettivo sventurata per la cara Gonzaga — i nomi sono sempre inventati, si capisce, vero? — perché mi ricorda la Monaca di Monza, che da bambina giocava con bambole vestite da suora per abituarsi all’idea di entrare in convento. Le nostre figlie giocano con bambole vestite da bagascia, e non è una violenza minore. Dove e da chi la sventurata potrà imparare la nobile — ed erotica — arte dell’attesa? Nessuno la stima, nessuno la ama, lei non si stima e non si ama. Non è sicura. Non è ancora successo niente e già chiede scusa. Scusa di che? Di desiderare il meglio per sé? Di ritenere che costui sia forse leggermente meno dell’Uomo Ideale?

    Non è sicura. Come può essere sicura se non lo bacia? Dovrebbe sentire le campane, succede sempre così, non è vero? E se le campane non suonano, di chi è la colpa? Può essere di lui, viste le premesse? Certamente no: si lascerà buttare nella raccolta differenziata, chiedendo scusa. Non nella rumenta, nella raccolta differenziata: pronta per essere riciclata da qualcun altro. Andando avanti negli anni, sarà sempre meno sicura, in un crescendo rossiniano. Come potrà essere sicura, senza andarci a letto? Come potrà essere sicura, senza un adeguato periodo di convivenza? Come potrà essere sicura, senza sposarlo? Come potrà essere sicura, se il matrimonio è quell’obbligo sociale che uccide l’amore vero e spontaneo? E verrà anche il giorno in cui si volterà indietro a guardare la sua vita: ma che cosa vedrà?

    Non parlerò mai ai figli della mia prima storia, per lo stesso motivo per cui non ne parlo con nessuno. La mia prima storia è stata un fallimento. Mi sono ingannato, ho ingannato, sono stato ingannato; anche nella migliore delle ipotesi ho perso del tempo. Tutte le mie storie sono state un fallimento, finché ho incontrato la donna della mia vita. E ringrazio Dio per tutte le donne per le quali avrei avuto il movente, la possibilità e l’occasione, ma per qualche motivo non è successo niente. Perché non è vero che sbagliando si impara: è una cosa che si dice dopo, come consolazione. Pestare una merda porta fortuna, ma nessuno ne fa l’obbiettivo di una passeggiata.

    La Cami è triste, ma meno male che è triste. Le auguro tristezza a palate. Se fosse felice, o anche solo serena, in una situazione del genere, direi che è incapace di intendere e di volere. Che se la tenga cara, questa tristezza, desiderando il meglio per sé e volendosi così tanto bene da non accontentarsi di meno. Diceva un uomo saggio che ho conosciuto: meno male che la vita è triste, perché altrimenti sarebbe disperata. È proprio vero, perché la tristezza nasce dall’insoddisfazione di un desiderio grande, la disperazione arriva quando smettiamo di desiderare.

    Poi è anche vero che certe cose si capiscono da vecchi, che è difficile convincere di questo una ragazza innamorata, che a una certa età le parole suonano false solo perché escono dalla bocca di un genitore. È vero, ma è tutto un’altro problema.

    Questo commento è un po’ tardivo: sono cose a cui sto pensando, e ho cercato di pensarci bene prima di scriverle. L’argomento è delicato, spero di non aver mancato di rispetto a nessuno.

  4. no no, non hai mancato di rispetto a nessuno :-)

    in realtà non ho raccontato della mia prima storia alla cami, le ho solo spiegato che anch’io mi sono sentita così (anche da adulta).

    e non glie l’ho raccontata non perché è stata un fallimento (in un modo o nell’altro lo sono state tutte le storie che ho avuto e, pensa te, alla mia età l’uomo della mia vita ancora non l’ho incontrato…) ma perché non mi va di fare come la maggior parte delle madri che conosco e che volontariamente abdicano alla loro posizione, naturale ma faticosa, per fare quasi solo le amiche.

    è verissimo che ‘sti poveri ragazzi devono subire un bombardamento mediatico allucinante e sessualmente precocizzante.
    purtroppo non credo che camilla sia triste per i motivi che pensi tu.

    purtroppo no.
    e non te li sto a spiegare, sono troppo privati per poterli scrivere qui, anche se so che li immagini.

    ti posso solo dire che in un mondo come questo, essere una ragazza di quindici anni di una madre single (il padre lo vede veramente poco) e vivere in una famiglia monoreddito (scarso) può essere molto duro.
    anche se ci parli e ci ragioni, e ti sembra di dare un modello quotidiano di coerenza e onestà, là fuori è pieno di suoni e luci e l’esempio dei pari è sempre quello più facile da seguire.

    o sei così fortunata da avere una testa che funziona, o sei come la maggior parte degli adolescenti: per certe cose e per un po’ di tempo (perché per fortuna tutti poi maturano, eh?) i tuoi neuroni li metti a riposo.
    è più facile e serve anche a non guardare troppo da vicino le tue ferite.

    non so se ho fatto un discorso coerente, ma spero si sia capito che sono molto, molto preoccupata.
    anzi, sono proprio spaventata.

  5. Secondo me “il modello quotidiano di onestà e coerenza” alla lunga paga, e paga più della fortuna e del reddito. Voglio dire che la questione è sempre in mano nostra: i nostri figli ci guardano, e oltre alla nostra incoerenza notano anche la nostra insoddisfazione. Perché diventare adulti se gli adulti se la passano così male? o se gli adulti stessi sono pentiti di esser cresciuti?
    La sfida (a partire dalla Pasio che ha solo quattro anni) è far loro capire che diventare grandi è bello e affascinante, anche quando è difficile.
    In questo soprattutto i soldi servono a poco, anzi, per l’esperienza che ho i figli dei ricchi sono forse i più disperati.

  6. mi ero perso questa bella discussione. ringrazio tutti e tre, l’avete condotta bene dicendo tutti e tre cose utili e importanti. anzi potreste anche continuare :-)


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