Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 5 giugno 2009

Fuori dai gangheri

Egregio Sig. Melacca,
Le scrivo questa pubblica lettera non avendo trovato il Suo indirizzo.

Non La conosco, ma un Suo bel primo piano campeggia da qualche giorno sui muri della mia città, essendo Lei candidato alle elezioni provinciali per l’Italia dei Valori, forse meglio nota come Lista Di Pietro. Sotto alla foto, le solite frasi fatte che vanno bene per tutti i partiti e tutti i candidati. Forse deluso dalla banalità di quelle scritte, ha pensato bene di far aggiungere una striscia bianca con il motto: “INCA**ATO QUANTO VOI”. Ecco, lo sapevo, non riesco neanche a scriverlo.

Non è per moralismo, anche a me ogni tanto scappa qualche parolaccia; è che le parole scritte hanno più valore di quelle dette, e quelle scritte in maiuscolo ancora di più. Le parolacce dette scappano, possono scappare a tutti; quelle scritte bisogna proprio pensarci e concludere che non c’era modo migliore di dirlo. Io, per esempio, ho un blog sul quale scrivo parole: cerco di soppesarle per bene, perché poi rimangono scritte e la gente potrebbe farsi un’idea sbagliata di me. Così, se una parola non mi viene, vado a compulsare il mio dizionario — ammetterà che la parola compulsare è bellissima: anche quella l’ho trovata sul dizionario, erano anni che volevo usarla.

Forse Lei ha ragione: il logorìo della vita moderna — sente come suona bene? Molto meglio di stress, non trova? — ci porta talvolta a perdere la pazienza, a lasciarci prendere dal malumore, ad essere nervosi, contrariati, indignati, adirati, arrabbiati, incattiviti, furiosi, imbufaliti, imbestialiti perfino. Io lo so bene, si figuri che insegno matematica alle medie: ho degli scatti d’ira, mi va il sangue alla testa, vado su tutte le furie, ammattisco per la rabbia; ma sono un professionista, so di esercitare un ruolo pubblico ed educativo e mantengo un’apparente ed autorevole calma. Ma non è solo il lavoro, naturalmente: mi capita anche altrove di avere accessi di collera, di stracciarmi metaforicamente le vesti, di strapparmi ancor più metaforicamente i capelli, di avere dei travasi di bile; e quando mi passa non passa del tutto, ma continuo a serbare rancore, covare risentimento, tenere il broncio.

Ci sarebbe anche la considerazione che il suo stato d’animo non necessariamente La rende atto a rappresentarmi in Consiglio Provinciale; e poi c’è quel “quanto voi” che è un po’ azzardato — cosa ne sa Lei, di quanto lo sono io? —. Però qui entriamo nella politica, e il discorso si fa complicato.

Invece vorrei fare un discorso semplice: io non voto per quelli che scrivono parolacce sui muri della mia città. Neanche se lo fanno in nome dei Valori.

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Responses

  1. touché, devo ammettere che anch’io ogni tanto scrivo parolacce. non sui muri, sul blog. e ammetto che quando lo faccio non è perché mi scappano, ma perché ci ho pensato bene. il motivo è lo stesso per cui tu non le scrivi: ho paura che la gente si faccia un’idea sbagliata di me ;-)
    quanto al partito degli ossimori (l’italia dei valori) e ai suoi candidati, ti dò una mano a stendere un velo.

  2. io sui candidati stenderei una copertina bella spessa, magari un cellophane, magari anche bello stretto… ;)

  3. […] metto la faccia Rileggendo alcuni degli ultimi articoli mi era già venuto il sospetto, ma l’ultimo commento di Estrellita mi ha tolto ogni residuo […]

  4. […] passato Lei era candidato alle europee, ed io La trattai malissimo per via di una parolaccia scritta sui manifesti elettorali. Da allora, abbastanza regolarmente […]


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