Pubblicato da: Galliolus | domenica, 21 giugno 2009

Katyn [☆☆☆☆]

katynPiù che una cittadina o un villaggio, Katyn è un insieme di case sparse, vicino a Smolensk. Oggi Russia, ieri Unione Sovietica. Vicino a Katyn c’è un bosco. Nella primavera del 1940, circa 22.000 prigionieri di guerra polacchi — fino ad allora detenuti in vari campi di concentramento sovietici — furono portati nel bosco di Katyn e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Buona parte di quegli uomini erano ufficiali. Per le regole di reclutamento dell’esercito polacco, gli ufficiali erano tutti laureati: si trattava della borghesia colta, degli intellettuali di un’intera nazione. A guerra finita, quelle persone non sarebbero rimaste nell’esercito, ma avrebbero costituito la spina dorsale della ricostruzione polacca. Probabilmente fu proprio questo l’obbiettivo del massacro: prova ne sia che anche le famiglie degli ufficiali furono sistematicamente perseguitate ed eliminate. Si salvarono quelle mogli e quei figli che riuscirono a fuggire ad ovest, nella zona controllata dai nazisti: un riassunto della storia secolare della Polonia, sempre in bilico tra ingombranti vicini.

Ventiduemila persone.

Un colpo per ciascuno.

Un lavoro meticoloso.

La strage di Katyn fu scoperta tre anni dopo dai tedeschi, che arrivarono lì durante la loro avanzata sul fronte orientale. Nel dopoguerra i sovietici compirono un capolavoro di disinformazione, spostando il massacro avanti nel tempo e accusando i tedeschi, ormai inoffensivi. Addirittura cambiarono il nome di una città bielorussa, dove effettivamente i tedeschi avevano fatto una strage di sovietici: Hatyn diventò Khatyn e la confusione fu completa. La responsabilità fu ammessa solo dopo il 1989, e ancora oggi la strage pesa come un macigno sui rapporti tra la Polonia e ciò che rimane dell’Unione Sovietica. Soprattutto è una ferita ancora sanguinante nell’autocoscienza del popolo polacco, il quale ha avuto in sorte il compito di rappresentare in sé un’idea grande di Europa, e contemporaneamente di subire le conseguenze di tutte le deviazioni da quell’idea grande.

In Polonia alcuni decisero di non dimenticare, rischiando la vita per mantenere la memoria di un padre o per mettere la data giusta sulla lapide di un fratello. Il film parla soprattutto di questo. Di come la memoria di un fatto possa costruire un popolo, attraverso piccole cose come nomi e date — impossibile non ripensare a Schindler’s list mentre interminabili elenchi di nomi vengono snocciolati, ognuno insignificante, ognuno più importante del mondo intero. La strage rimane sullo sfondo, e il film si svolge soprattutto nel dopoguerra, in una miriade di piccole grandi storie. In un certo senso si potrebbe dire un film al femminile: non a caso per un lungo tratto è quasi una citazione dell’Antigone. Ma è anche un film su cosa vuol dire essere uomo, e padre: io dico che Alga l’ha capito meglio di altri.

Andrzej Wajda ha ottant’anni suonati ed è unanimemente riconosciuto come uno dei giganti della cinematografia mondiale. Ha passato quasi tutta la vita a pensare di fare questo film, non solo perché il padre Jakub fu una delle vittime del massacro. Di Wajda ho visto Danton, che è un capolavoro, e L’uomo di ferro, che è stato addirittura fondamentale per la mia formazione. Quindi potreste dire che il mio è un giudizio di parte: userò allora le parole di due critici.

Tullio Kezich sul Corriere della Sera del 13 febbraio 2009 conclude la sua recensione con queste parole:

Solenne come un oratorio e insieme schietto come un racconto di vita, Katyn dovrebbe costituire una visita d’obbligo. Prevedo già che qualcuno, di fronte a questo grido dell’anima espresso in forma classica, dirà che è roba vecchia, «cinema di papà»; prevedo che in un’Italia degradata e irresponsabile, capace di radunare davanti a «Il grande fratello» 8 milioni di telespettatori la sera stessa del dramma di Eluana (scelta avallata da un membro della compagine ministeriale come «voglia di distrarsi»), incontrerà poco. Ma in un paese che insiste a dirsi civile, questo sarebbe un film da vedere in piedi.

Lo stesso giorno Alberto Crespi, su L’Unità, pur dopo aver erroneamente affermato che il film non è un capolavoro, conclude in questo modo:

Vederlo, per chi si è riconosciuto nella storia del comunismo, nelle sue grandezze e nelle sue tragedie, è compiere un atto di giustizia.

Ecco: indipendentemente dalla questione del comunismo, vedere questo film è veramente un atto di giustizia. In Italia lo hanno visto in pochi: in questa intervista Mario Mazzarotto, responsabile della distribuzione italiana, ne racconta alcune ragioni. Io l’ho visto, grazie alla lungimiranza del gestore di un piccolo cinema di provincia. La sala è stracolma, ed è lunedì sera. Gente di tutti i tipi, molti studenti: è un film interessante anche in vista dell’esame di maturità. Il film si vede in silenzio e solitudine, come forse è giusto vedere tutto il cinema polacco; attori superbi, su tutti Maja Komorowska è la moglie del generale.

Gli ultimi venti minuti si vedono praticamente in apnea. Ma non si piange, l’abisso del dolore è troppo grande perché possa essere colmato dalle lacrime. O forse è perché siamo di fronte ad un dolore già salvato dalla resurrezione: si muore e si prega, si prega e si muore, si cerca di rimanere uomini. Titoli di coda, luci in sala, un tizio abbozza un applauso ma si ferma subito. Nessuno lo segue ed è giusto così: non si può aggiungere nulla a quel silenzio. Mi viene in mente la funzione del Venerdì Santo, non so se avete presente: alla fine il prete se ne va senza dire niente, nessun consolante “andate in pace” e neanche uno straccio di “arrivederci”. I fedeli si guardano senza sapere cosa fare: nessuno vuole uscire per primo, nessuno vuole rompere il silenzio e allora si rimane un po’ così, svuotati e impotenti di fronte ad un dolore incomprensibile e inumano. Usciamo in silenzio, cercando di non incontrare altri sguardi che potrebbero costringerci ad un saluto. Nel caso, basterà un microscopico cenno del capo: l’altro è come noi.

Aggiornamento (2009-08-04): Katyn è uscito in DVD.


Katyn
di Andrzej Wajda
con Maja Komorowska, Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Danuta Stenka
Polonia, 2007
117 min

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Responses

  1. concordo.
    ci ho pure scritto su un post.
    :-)

  2. appunto.

  3. e sono lusingata per la citazione ;-)
    (ooops, stasera safari mi funziona a singhiozzo)

  4. Bellissima recensione, grazie PapàGallio.
    Anche se mi sa che preferisco quella di Alga;-)

  5. margherita: quella di galliolus è più rigorosa e giusta, la mia è è più emotiva.

    tra donne ci si capisce ;-)

  6. No no, non lo dico istintivamente, Le storie come quella che hai raccontato, così come quella del film, vanno raccontate e tramandate a vantaggio del futuro e della pace; il ricordo della guerra non deve morire insieme alla generazione che l’ha vissuta.

    Quanto a Galliolus gli ho spiegato personalmente che a volte pecca proprio di eccessivo rigore e che questo a volte fa perdere un po’ di vista il nodo della questione, spostando l’obbiettivo sulla sua spropositata cultura ;-)

  7. Margherita ha ragione, come sempre. Solo che adesso bisognerebbe che un centinaio di lettori si delurkassero innalzando lodi alla mia spropositata cultura! ;-)))

    P.S.: Anch’io preferisco la recensione di Alga.

  8. :-)
    galliolus, sempre troppo gentile.

    avevo già avuto il piacere di conoscere margherita, ma sono stata contenta di vederti, al battesimo della caterina.

    e scusa se non te l’ho detto prima.

  9. […] polemica: come gesto di buona volontà, addirittura la televisione russa trasmetterà il film Katyn, di Andrzej Wajda, che non era stato mai proiettato in territorio […]

  10. […] il monumentale film di Andrzej Wajda del quale ho parlato qualche settimana fa, è uscito in […]


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