Pubblicato da: Galliolus | sabato, 2 gennaio 2010

Cinquant’anni dopo

Fausto Coppi

 

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traïner à cöté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brüle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poëte est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

 

Chi capisce un po’ di francese avrà riconosciuto L’albatros, del maledetto Charles Baudelaire; chi — come me — non mastica la raffinata lingua d’oltralpe troverà utile la traduzione di Giuseppe Cirigliano.

Credo sia stato Orio Vergani a coniare per Fausto Coppi il soprannome l’Airone, per via delle gambe da trampoliere, dello sterno prominente e del naso che fendeva l’aria come un lungo becco: il grande airone ha chiuso le ali resterà una delle metafore più azzeccate della storia del giornalismo sportivo. L’airone è un elegante uccello d’acqua dolce; per questo credo che un uccello oceanico come l’albatros sia una metafora più indicata per descrivere l’enormità delle sue imprese ed esprimere al contempo il sentimento di goffaggine che il Campionissimo trasmetteva una volta sceso dalla bicicletta. Forse egli stesso se ne rendeva conto, e di fatto da quella bicicletta non scese mai, trascinando la sua carriera ben oltre il vertice della parabola, fino all’incontro con una fatale miscela di Plasmodium falciparum e incompetenza dei medici.

Ogni tanto mi viene la domanda, e mi rispondo sempre che sarei stato più per Bartali, nonostante la mia istintiva antipatia verso i toscani. Perché da perfetto mediocre mi sento più rappresentato dal sacrificio che dal talento — come se il talento non portasse con sé l’esigenza di un sacrificio — e nell’immotivata illusione di essere capace di un sacrificio che compensi la mancanza di talento. Perché il talento è un gratuito dono di Dio — ma di questo dirò più avanti —, mentre la mia proverbiale superbia esige il suo tributo. Perché Ginettaccio è stato più capace di essere campione anche giù dal sellino. Perché preferisco Paolo Conte a Gino Paoli: ma anche di questo dirò più avanti.

Sarei stato per Bartali: la grandezza, però, quella non si discute. Tutti d’accordo: Coppi il più grande. Poi si potrà discutere all’infinito se Merckx o chi per lui sia stato il più forte — secondo la felice distinzione operata da Bruno Raschi — ma sulla grandezza di Coppi nessuno ha dubbi. Coppi è come Mozart. Come Caravaggio. Come quei rari uomini che esprimono un talento non umano, totalmente immeritato e privo di qualunque plausibile causa che non sia un gratuito e formidabile intervento divino. Non si parla qui del dio dei filosofi, ma di un Dio onnipotente, geloso e misericordioso al tempo stesso, capace di preferire alcuni tra i suoi figli senza mostrare nessuna vergogna; il fatto poi che questo sproporzionato talento sia spesso caricato sulle spalle di uomini altrimenti fragili, non fa altro che rendere più evidente la gloria del loro Creatore — oltre a far rodere di invidia le altre creature.

Una grandezza indescrivibile a parole: ci ha provato Gino Paoli, da molti ritenuto un poeta, e il risultato è una canzonetta che ruota intorno all’infantile rima lassù/cielo blù. Niente a che vedere con il capolavoro che Paolo Conte ha scritto per Bartali: anche qui la rima in ù (più/caucciù), ma anche il cellofàn, il cine, i sandali ovviamente, la campagna che abbaia, i francesi che fanno la loro rima con i giornali, i giornali che svolazzano, e il cerchio si chiude, sui francesi e sui loro maledetti poeti. Epica allo stato puro.

Sarei stato per Bartali, ma fossi stato per Coppi non gli avrei perdonato la storia con la Dama Bianca: sono troppo tradizionalista e benpensante. In verità credo che allora non gliel’avesse perdonata nessuno: Giulia Occhini fu amata dai tifosi di Fausto quasi quanto Yoko Ono dagli appassionati dei Beatles. Non altrettanto, ma quasi quanto. Non gliel’avrebbe perdonata neanche l’albatros, che è un uccello oceanico ma rigorosamente monogamico. Oggi poi è facile fare i moderni, parlare dell’Italia bigotta e democristiana degli anni ’50: allora era forse più chiaro che ci andavano di mezzo anche altri: la silenziosa signora Bruna, la piccola Marina, il dottor Locatelli — che avrebbe riconosciuto Faustino pur di salvare il suo matrimonio. Oggi facciamo i moderni ed è diventato normale che i nostri matrimoni finiscano, così come i nostri amori: forse è la nostra invidia che ci spinge ad imitare Coppi almeno lì dove possiamo imitarlo. Come se sacrificare le nostre famiglie ci restituisse una briciolina del suo talento.

Mio padre non mi lascerà grandi ricchezze — di questo, a scanso di equivoci, gli sono grato — ma cose più importanti. Mi lascerà anche alcuni giornali di quel 1960, conservati con lungimiranza. I giornali dell’epoca scrissero ciò che i moderni non ricordano mai: alla fine Giulia Occhini rinunciò solennemente a Fausto Coppi, e fu grazie a questa rinuncia che il Campionissimo poté morire da cristiano. I due avevano sbagliato sapendo di sbagliare, una cosa semplice che gli uomini hanno fatto da sempre, così umana da essere quasi commovente: sono i moderni ad aver perso la capacità di chiamare le cose con il loro nome.

In conclusione, possiamo presumere che Fausto sia in Paradiso. Come Mozart. Come Caravaggio. Come Bartali. Dio non è il tipo che elargisce talenti e poi li lascia andare all’Inferno senza fare niente. Da ciò possiamo forse dedurre che in Paradiso si vada in bicicletta: ma senza far fatica. Forse le strade del Paradiso sono in discesa nei due sensi. Ma se è così, cosa fanno Coppi e Bartali in Paradiso? Tutto il giorno a cantare?

[La foto è presa da The Italian Almanac.]

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Responses

  1. io di ciclismo non ci capisco niente ma mi piaceva guardarlo alla tele, quand’ero piccola.
    le volate mi facevano venire la pelle d’oca e le salite mi facevano pensare che è uno sport da masochisti e/o da eroi.

    e mi piace tanto bartali di paolo conte :-)

    buon anno!

  2. Lo immaginavo: tu devi essere quella che vuole andare al cine! ;-)

    Buon anno anche a te (e a tutti i lurkanti).

  3. racconto una cosa che sembra inventata solo perché è difficile da raccontare senza scendere troppo nei particolari, ma è verissima. tempo fa conoscevo un novizio francescano che era un ottimo ciclista. prima di prendere i voti definitivi continuava ad allenarsi con la squadra con cui aveva corso fin da ragazzino. capitava dunque spesso che la domenica fosse impegnato in gare o in allenamenti, e capitava a volte che questi impegni coincidessero con ritiri o impegni degli altri novizi. lui viveva abbastanza male questa cosa, non voleva che gli altri pensassero che approfittasse della bicicetta per sgamare i doveri di un buon frate. d’altra parte aveva avuto il permesso da parte del maestro dei novizi, anzi ad essere precisi era stato proprio il maestro a insistere perché lui continuasse a correre.
    una volta però che si sentiva particolarmente in colpa il novizio disse al maestro: questa domenica non vado all’allenamento, voglio esserci, è troppo importante. il maestro allora rispose: no, tu andrai a correre con le tue gambe ma sarai spiritualmente in ritiro con noi. mediterai sul rosario. nei tratti in piano mediterai sui misteri gaudiosi. nelle salite sui misteri dolorosi. nelle discese sui misteri gloriosi.
    galliolus, penso proprio che in paradiso non possano mancare le salite. primo perché le altezze si confanno al paradiso. secondo perché il ciclismo senza salite è come il pesto senza aglio, cioé un’altra cosa. e tu sai che il paradiso non va contro la natura di una cosa, ma la rende più vera.
    terzo ed ultimo (ma non ultimo) motivo, che è poi quello per cui ho raccontato l’aneddoto del novizio: io non riesco a pensare a un paradiso senza sudore. perché la fatica in sé non è un male. la fatica senza senso è una condanna.
    io penso che ginettaccio e l’airone continuino a farsi le loro brave sfide, le loro epiche scalate. non penso che stiano tutto il tempo a cantare, anche perché non sarebbe un paradiso per chi li dovesse ascoltare in eterno ;-)

  4. […] giorni fa si ragionava con Alessandro sulla presenza o meno di salite in Paradiso. Forse ha ragione lui, le salite ci […]

  5. […] Cinquant’anni dopo: incredibile successo di questo articolo, che in meno di 6 mesi è già in cima alla classifica. È anche l’unico articolo della top ten tra quelli che considero i miei pezzi migliori. Si arriva qui con la banale chiave “fausto coppi”: sono settimo in classifica nel settore Immagini per la foto, che a mia volta ho rubato. Google non funziona. […]


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