Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 10 settembre 2010

Laurent Fignon (1960–2010)

Laurent FignonLa settimana scorsa è morto Laurent Fignon.

Sconfitto da un male incurabile: così i giornalisti chiamano il cancro, come se fosse una sorta di demone del quale è pericoloso anche solo evocare il nome. Sconfitto ancora una volta: sì, perché Fignon è stato un grande campione di cui si ricordano soprattutto le rocambolesche sconfitte. Difficile dare del perdente ad uno che si porta appresso due Tour de France, un Giro d’Italia, due Milano–Sanremo e una Freccia Vallone; ma è anche vero che senza alcune sconfitte sarebbe nel ristrettissimo numero dei ciclisti leggendari.

Passò professionista nel 1982, nell’allegra brigata di Cyrille Guimard; si fece subito notare per gli occhialini dorati, che gli conferivano un’aria da intellettuale. Si sparse la voce che frequentasse l’Università — matematica? filosofia? fatto sta che nessuno aveva mai detto niente di simile su Alfredo Chinetti — e venne soprannominato Professore. L’anno seguente Fignon diede un aiuto decisivo al suo capitano, Bernard Hinault, a vincere la Vuelta, che allora si correva in primavera, prima del Giro. In questo modo si guadagnò sul campo la prima partecipazione al Tour: il suo compito era di aiutare ancora il capitano, facendo al contempo un po’ di esperienza. Complice il solito ginocchio ballerino di Hinault, il giovane Fignon vinse il Tour al primo tentativo, non ancora ventitreenne. Hinault capì l’antifona: lasciò Fignon con Guimard, convincendo Bernard Tapie a finanziargli una squadra nuova di zecca.

Nel 1984 Fignon venne al Giro d’Italia. Arrivò secondo, cedendo la maglia rosa a Francesco Moser nell’ultima tappa, 42 km a cronometro da Soave all’Arena di Verona. Non accettò mai la sconfitta. La Wikipedia francese — …e i giornali che svolazzano… — dimentica i più elementari criteri di NPOV affermando:

Fignon lutte face aux Italiens, notamment Francesco Moser qui, aidé par l’organisateur, lui volera la victoire finale.

Traduco a braccio: Fignon lotta contro gli italiani, in particolare Francesco Moser che, aiutato dagli organizzatori, ruberà la vittoria finale.. Si parlò di ruote lenticolari, di elicotteri che spostavano il vento secondo la convenienza, del passaggio sullo Stelvio frettolosamente annullato per neve; la cruda verità è che Fignon sottovalutò la salita del Blockhaus, che lo Stelvio era lontano dal traguardo, che ad Arabba Fignon vinse ma non stravinse. Le ruote lenticolari aiutano, senza dubbio, complimenti a chi ci ha pensato per primo: ma non dimentichiamo che quel giorno Moser fece probabilmente la cosa più incredibile della sua fulgida carriera. Ben pochi alla vigilia avrebbero scommesso sul sorpasso; la stessa Rai si fece trovare impreparata: era domenica e inserirono qualche sporadico collegamento nella normale programmazione, che prevedeva il Quartetto Cetra ospite da Gianni Minà per un pomeriggio di nostalgia canaglia. Per gli italiani, un’ultima giornata di leggendario ciclismo radiofonico.

Se in quel Giro non seppe perdere, non perse però l’abitudine a vincere. Poche settimane dopo si presentò al Tour con la maglia di campione nazionale nuova fiammante: vinse da dominatore, portando a casa anche cinque tappe. Hinault arrivò secondo a più di dieci minuti, un distacco che da allora non si è più visto.

Seguì un periodo difficile: problemi al tendine d’Achille gli impedirono di ripetersi a quei livelli. La morte dell’amico Pascal Jules in un incidente stradale fu per lui un grosso colpo. Si fece crescere il codino — gesto molto trasgressivo in un ambiente già provato dalla permanente di Moreno Argentin — vincendo la Freccia Vallone 1986 e la Milano–Sanremo 1988, beffando un inesperto Maurizio Fondriest. Il bis nella Sanremo 1989 fu l’inizio della rinascita: tornò al Giro e lo vinse — au nez et à la barbe des Italiens, per citare ancora la Wikipedia francese, — davanti alla speranza italiana Flavio Giupponi. Si presentò al Tour da favorito: sarebbe diventato il quinto uomo della storia a vincere le due più importanti corse a tappe nello stesso anno.

Trovò sulla sua strada il redivivo Greg LeMond, al rientro dopo lo stupido incidente di caccia che lo aveva tenuto fuori gioco per due anni. I due si scambiarono più volte la maglia gialla, con Fignon in testa prima dell’ultima, decisiva cronometro: oramai le ruote lenticolari ce l’avevano tutti, ma LeMond si presentò alla partenza con un manubrio da triathlon. Il risultato fu un Tour de France deciso per soli 8 secondi a favore dell’americano: primato assoluto per le grandi corse a tappe, tuttora imbattuto. Dopo le ruote, il manubrio: è paradossale che il primo ciclista moderno sia stato beffato per due volte dall’innovazione.

Fignon portò la sua rabbia a Chambéry, dove un mese dopo si sarebbe corso il campionato mondiale. Era il grande favorito e correva in casa; sull’ultima salita si trovava nel gruppo dei migliori, poco dietro un terzetto di coraggiosi fuggitivi. Pioggia infernale: partiti 190, arrivati 42. Fignon scattò sull’ultima salita e LeMond lo andò a riprendere, portandosi dietro pochi altri. All’ultimo chilometro arrivarono in undici: Sean Kelly era nettamente il più veloce e per la prima volta in vita sua aveva anche un gregario. Per noi una giovane promessa: Gianni Bugno. Fignon non aveva altra scelta e tentò il colpo del finisseur: ancora una volta fu LeMond ad andarlo a prendere, vincendo sullo slancio la sua seconda maglia iridata. Fignon si rialzò, finendo mestamente al sesto posto.

Alla fine di quel 1989, Fignon era primo nella classifica FICP, ma la sua carriera finì di fatto sul traguardo di Chambéry. Il mondo stava cambiando: il 1990 fu l’anno dell’esplosione di Bugno, che vinse la Sanremo e dominò il Giro. LeMond fece ancora in tempo a vincere il suo terzo Tour, prima che il saturnismo lo togliesse di sella; in ogni caso, stava per cominciare il regno di Miguel Indurain.

La foto d’apertura — presa da Wikipedia — ritrae il vecchio Fignon in maglia Gatorade: negli ultimi due anni di carriera si accasò in Italia, facendo da gregario a Gianni Bugno. Con quella maglia vinse ancora una tappa nel Tour 1992, l’ultimo attimo di gloria. Non sono d’accordo con chi ammira gli sportivi che lasciano all’apice della carriera: ammiro invece il vecchio campione malinconico, che riesce ancora a trovare una sua dimensione in ruoli di contorno.

Au revoir, Professeur!

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Responses

  1. […] di Sanremo, dove Moser arrivò a braccia alzate. Poi vennero i Giri: quello vinto sul povero Fignon e quello perso contro il Tasso. Infine, dopo due ulteriori record dell’ora — al coperto […]

  2. […] Saint Malo, la pipì di Gaul, la volata di Bitossi, i 12 secondi di Baronchelli e gli 8 di Fignon, il Gavia e il Bondone, Malabrocca e la Maglia nera — un premio che non ha equivalenti, anche […]

  3. grande laurent il giro 84 e` moralmente suo

  4. Grandissimo Laurent, ma sulla sua vittoria morale possiamo discutere fino allo sfinimento. Inutilmente.

  5. …ricordo una vignetta di angese: “solo secondo il francese fignon, con le sue lenti lenticolari”

    :)


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