Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 22 aprile 2011

Roberto Vecchioni, o sulla gerontocrazia

Scrivi vecchioni, scrivi canzoni
che più ne scrivi più sei bravo e fai danè
tanto che importa a chi le ascolta
se lei c’è stata o non c’è stata e lei chi è?
Fatti pagare, fatti valere
più abbassi il capo più ti dicono di si
e se hai le mani sporche che importa
tienile chiuse nessuno lo saprà

Milano mia portami via, fa tanto freddo,
ho schifo e non ne posso più,
facciamo un cambio prenditi pure
quel po’ di soldi quel po’ di celebrità
ma dammi indietro la mia seicento,
i miei vent’anni e una ragazza che tu sai
Milano scusa stavo scherzando,
luci a San Siro non ne accenderanno più

La radio continua a passare la canzone con cui Roberto Vecchioni ha vinto il recente Festival di Sanremo. Un pezzo tutto sommato coraggioso, non facile al primo ascolto, apparentemente inadatto al palco del teatro Ariston: si parla d’amore, è vero, ma anche di revoluciòn. Come il Pablo Neruda de Il postino, il mio stimatissimo collega si pone sempre più come poeta amato dalle donne, e contemporaneamente come poeta amato dal popolo.

Roberto Vecchioni sta per compiere 68 anni. Facevo le medie quando uscì Samarcanda, che lo fece conoscere al grande pubblico: avevo già apprezzato capolavori come Sugli sugli bane bane o la sigla dei Barbapapà, ma non avevo idea di chi ne fosse l’autore. Facevo già il liceo ai tempi di Signor giudice, ed ero ormai in grado di capire la questione dello spinello e tutto quel che ne segue. Certo, oggi che è Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana lo vedo perfettamente a suo agio nel ruolo di strenuo difensore della magistratura, nonché di educatore dei giovani ad uno stile di vita improntato alla più sobria legalità; allora però erano altri tempi e poi così va il mondo: si nasce incendiari e si muore pompieri.

Non ho seguito il Festival di Sanremo, ma se l’avessi fatto non credo che avrei partecipato al televoto. La canzone era probabilmente tra le migliori, ma il meccanismo del televoto è troppo distante dalla mia sensibilità — a parte alcune lampadine accese per i sondaggi del povero Enzo Tortora a L’altra campana. Generalizzando, prevedevo che il pubblico di Vecchioni non avrebbe contribuito al televoto: non a caso, da quando è stato introdotto questo meccanismo, il Festival di Sanremo ha visto spesso trionfare i reduci di Amici, tendenzialmente benvoluti da un pubblico di giovanissimi messaggianti. Invece, con mia grande sorpresa, non è andata così. E, con sorpresa ancora maggiore, sto scoprendo che i miei studenti non solo hanno guardato il Festival, ma hanno televotato per un cantautore che potrebbe tranquillamente essere il loro nonno.

Sono spesso colpito dalla distanza siderale che separa il mio senso estetico da quello dei miei studenti, ma ho imparato che non si può generalizzare; a volte sono ancora più colpito da certe inattese vicinanze. Molti dei miei studenti — non la maggioranza, ma molti — fanno una cosa che la mia generazione non avrebbe fatto neanche sotto tortura: ascoltano i dischi dei genitori. Conoscono ed apprezzano i Queen, i Pink Floyd, gli Who, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, i Genesis, i Police, gli Eagles, i Led Zeppelin, Bob Marley, i Rolling Stones, per non parlare dei Beatles che sono ormai parte integrante dei programmi scolastici. Alcuni sono addirittura a loro agio col vinile! È la musica dei loro genitori, se non addirittura dei loro nonni, con qualche notevole e misteriosa eccezione: mancano Bruce Springsteen e tutta la musica negra, Blues Brothers compresi.

I più vecchi tra i miei alunni sono nati nel 1997: della lira e delle Torri Gemelle hanno sentito parlare, ma non hanno veri ricordi. I musicisti testé citati hanno tutti passato i 60 anni — sì, Freddie Mercury ne avrebbe 65 —: in proporzione, io alle medie avrei dovuto ascoltare il Trio Lescano e Natalino Otto — in effetti li ascolto, ma ho dovuto aspettare i quarant’anni per poterne comprendere il valore. Da un lato, ammetto di essere contento della cosa: appartengo al partito di quelli che non c’è stata musica dopo il 1979 e mi piace avere conferme alle mie teorie. D’altro canto, credo che una sana opposizione allo status quo debba far parte del bagaglio culturale di ogni generazione: comincio ad avere il timore che a questi sventurati sia stato tolta anche la soddisfazione del mugugno. Non solo nella musica: trovate normale che i sogni erotici di un brufoloso quattordicenne siano popolati da Sabrina Ferilli e Monica Bellucci (90 anni in due)? E che le due poverine stiano ancora sgomitando per essere considerate il simbolo della bellezza italiana, senza riuscire a scalzare la 74enne Sophia Loren?

Fu probabilmente Jerry Rubin a dire: Non fidarti mai di nessuno che abbia più di trent’anni. I 30 divennero presto 34 o 35, secondo le versioni, poi il motto fu dimenticato. In parallelo, si assisteva ad una curiosa mutazione genetica: da hippy a yuppie. Quella generazione è riuscita a convincere le successive di essere stata la meglio gioventù, uccidendo al contempo ogni idea di progresso: per la prima volta i ragazzi pensano che vivranno in un mondo peggiore rispetto ai loro padri. Prova ne sia che i nostri giovani scendono in piazza per difendere la Costituzione: niente di male, per carità, ma da che mondo è mondo i giovani scendono in piazza per cambiarle, le costituzioni.

Fortunatamente, non tutto è perduto. Ad esempio, mi dicono un gran bene di questo cantautore, giovane — ha 28 anni — ma con le idee già molto chiare. Dice che non sempre nelle canzoni che scrive c’è la verità. Dice che lascerebbe tutto — soldi e successo, il binomio vincente di questi anni bui — per una vita più autentica e per il suo amore di ragazzo. Spero solo che con gli anni si mantenga così, e che non diventi un vecchio brontolone, nostalgico e conservatore come sono diventato io. Ma l’imborghesimento è in agguato per tutti: magari tra quarant’anni ce lo ritroviamo a vincere il Festival di Sanremo. Magari dedica pure il successo alla moglie.

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Responses

  1. Bellissimo post, papà Gallio!
    ti correggo solo una cosa, dedicare una canzone alla moglie è la cosa meno borghese e più rivoluzionaria che ci sia di questi tempi, qualunque sia la parte politica in questione.
    Forse l’ultima cosa veramente rivoluzionaria che è rimasta al povero Vecchioni.

  2. Forse mi sono eccessivamente crogiolato nell’ironia: riguardo a moglie, borghesia e rivoluzione sono completamente d’accordo con te, come sempre del resto. Non ti farò neanche pesare il conflitto d’interesse! ;-P

    È vero però che così ci è stato insegnato da questa generazione di saputelli: poco alla volta hanno addirittura abolito la parola.


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