Pubblicato da: Galliolus | domenica, 19 giugno 2011

Il Signore degli Anelli #2

moser_51151[segue — la prima parte è qui]

Alla fine del 1983, Francesco Moser era un ex campione di ciclismo. Certo, aveva ancora un enorme seguito popolare, e il suo poster gualcito faceva ancora bella mostra di sé in camera mia; ma dopo la Roubaix del 1980 aveva oggettivamente raccolto poco: qualche tappa al Giro, qualche semiclassica italiana. Come se non bastasse, quell’altro sembrava destinato ad una carriera almeno altrettanto gloriosa: aveva infilato in sequenza Campionato del Mondo, Giro di Lombardia, Milano-Sanremo e Giro d’Italia. Era lui il nuovo numero uno, e nessuno avrebbe potuto prevedere che quel Giro dell’83 sarebbe stata la sua ultima vittoria degna di nota. Così, quando Moser convocò la conferenza stampa in un piovoso pomeriggio autunnale, tutti pensarono che avrebbe annunciato il ritiro.

— Vado a provare il record dell’ora.

Quelli più gentili gli risero dietro. Il primato era imbattibile; se ci fossero stati dei margini di miglioramento, avrebbe riprovato lo stesso Merckx: invece, dopo la conclusione, avevano dovuto attaccarlo ad una bombola di ossigeno.

In quell’inverno, Moser inventò un nuovo modo di fare il ciclismo: tecnologia, programmazione, metodo scientifico e alimentazione controllata; al posto di fame, fatica e maglie di lana — no, la fatica rimaneva, insieme al callo dove non batte il sole. La nostra gloriosa Olivetti poteva annunciare al mondo che le tabelle di marcia erano state messe a punto con il suo M24. Le ruote lenticolari, il manubrio a corna di vacca, — il professor Dal Monte racconta ancora oggi la sua frustrazione per non aver inventato il manubrio da triathlon, che avrebbe dato ancora qualche metro in più — il piantone incurvato, tuta e cappellino aerodinamici, tutto era stato studiato nei minimi particolari. Nuove metodiche di allenamento: ripetute in salita, potenziamento muscolare, lavoro in palestra, oltre a tantissimi kilometri; l’Equipe Enervit, Enrico Arcelli e il povero Aldo Sassi. La Mapei mosse i suoi primi passi nel mondo del ciclismo che conta, spalmando una striscia di materiale vetrificato sulla decadente pista di Città del Messico, non prima di aver tolto le erbacce.

A Francesco Conconi e Michele Ferrari spettò il ruolo degli stregoni: acido lattico e soglia anaerobica entrarono nel linguaggio degli sportivi senza più uscirne. Non sono un ingenuo: oggi quei due nomi sono irrimediabilmente associati al doping; allora, però, erano portati in palmo di mano come grandi innovatori. In ogni caso, l’era del doping moderno era appena agli albori: provarono l’autotrasfusione — lecita, secondo le regole del tempo: anzi, molti pensarono che fosse l’uovo di Colombo — dimostrandone l’inefficacia. Chissà, forse proprio da quei fallimenti nacque la linea di ricerca che ha poi portato all’EPO e a tutto il resto, ma non voglio parlare di questo: non oggi, che è un giorno di festa.

La Rai non era più la stessa azienda che aveva seguito i tentativi di Merckx, Ritter e addirittura Schuiten. Certo, mandarono il povero De Zan, ma tennero saldamente in mano la levetta del comando: i collegamenti andavano e venivano, il palinsesto cominciava ad avere le sue esigenze.

moser_hrIl primo tentativo doveva essere una prova generale nella quale attaccare alcuni primati intermedi: messi in carniere i 5, i 10 ed i 20 km, Moser proseguì sotto l’indimenticabile urlo dei radiocronisti messicani: «Va por la hora, va por la hora!». Percorse 50,808 km — 1376 m in più del record “imbattibile”! —, scese dalla bici e fece un’amabile chiacchierata con i giornalisti.

Quattro giorni dopo aggiunse altri 343 m, arrivando a 51,151 km. Stavolta dovette soffrire, anche per una profonda ferita al soprassella; contropedalò per fermarsi e dovettero faticare per svitarlo dalla bicicletta.

Un paio di mesi dopo l’avventura messicana, mi catapultai sul traguardo di Sanremo, dove Moser arrivò a braccia alzate. Poi vennero i Giri: quello vinto sul povero Fignon e quello perso contro il Tasso. Infine, dopo due ulteriori record dell’ora — al coperto e al livello del mare —, arrivò anche per lui il momento della sfida più difficile per chi è stato un campione. Sfida brillantemente vinta, dal momento che le sue biciclette ed i suoi vini hanno un grande successo: oggi 51,151 è il nome di uno spumante. Dieci anni dopo l’avventura messicana, si tolse lo sfizio di battere se stesso inforcando una “lavatrice” alla Obree: 51,840 km non gli furono però sufficienti per riprendersi il primato.

All’epoca avevo una bici da corsa, frutto di un’estate di lavoro e del batticuore dei miei genitori: un mio coetaneo era finito sotto un camion pochi anni prima. La mia carriera agonistica era terminata ancor prima di cominciare e traccheggiavo tra una squadra amatoriale e il sottile piacere della solitudine. Trovai nella piana un anello di asfalto poco trafficato, lo misurai alla meglio e feci alcuni tentativi, arrivando intorno alle misure di Desgrange. Erano prove più ironiche delle precedenti: ero ormai un uomo, e la vita mi si dispiegava davanti lasciando intatte tutte le possibilità. Pedalare in solitudine era anche un modo per pensare alle prime scelte importanti. Andai all’università, lasciando il vecchio poster a casa ma portandone uno nuovo, di gusto vagamente futurista.

In quel gennaio messicano, Sergio Neri — mitico direttore di Bicisport e cantore del grande ciclismo — disse qualcosa che non ho dimenticato: «Mio figlio è a casa che gioca al record dell’ora: spero che questo lo terrà lontano dalla droga.». Aveva torto, purtroppo. Ogni tanto mi vengono in mente i tanti — troppi — amici che non ce l’hanno fatta, e sempre penso di non essere stato migliore di loro: forse si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, forse sono stato io ad avere fortuna. In quel formidabile gennaio italiano accaddero anche altre cose, che portarono la mia vita altrove, altre cose di cui non so parlarvi adesso. Se la mia vita di oggi è così piena di bellezza, il merito è delle persone che ho incontrato. Ma una piccola parte di questo merito è giusto darla anche alla bicicletta, al record dell’ora e al poster di Moser che sputa fango tra le pietre della Roubaix.

Oggi Moser compie sessant’anni. Auguri, Francesco, e grazie di tutto.

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Responses

  1. […] [continua] […]

  2. me lo ricordo, il poster futurista :-)

  3. […] me è stato nel magico 1984, domenica 2 settembre. Come ben si sa, la prima domenica di settembre sono impegnato alla […]


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