Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 16 settembre 2011

Walter Bonatti (1930–2011)

Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.
(Walter Bonatti)

Era un’estate dei primi anni ’70 ed io ero ancora un bambino, quando Achille Compagnoni venne al mio paese. Io non ricordo se ci fossero state anche delle cerimonie “da grandi”, chiavi della città o similari; ricordo benissimo che noi bambini accorremmo in massa al cinema all’aperto, per la proiezione del film documentario Italia K2, e che alla fine Compagnoni disse qualche parola di circostanza. Mi rimane l’immagine di una camicia felpata a quadrettoni, totalmente fuori luogo a cento metri dal mare; mi sembrò molto invecchiato e appesantito rispetto all’eroe di vent’anni più giovane che avevo appena ammirato sul grande schermo. Una leggenda vivente: il primo uomo sul K2, insieme a Lino Lacedelli.

Il film era affascinante. Mostrava tutta l’impresa, a partire dalla preparazione fino al ritorno a casa. Fui impressionato dalla cura che avevano messo nella scelta di uomini e materiali: quante prove fossero necessarie per scegliere una corda, quanti esami medici avessero fatto gli aspiranti scalatori — esami che non bastarono al povero Mario Puchoz, ma che con il senno di poi furono utili ad Ardito Desio per eliminare dalla spedizione Riccardo Cassin, che ne avrebbe presumibilmente oscurato la fama. L’altra cosa che mi colpì fu la grande quantità di dita che questa gente aveva perso a causa del gelo. Forse suggestionato da certe storie familiari — mio bisnonno aveva lasciato le dita dei piedi in qualche trincea della Grande Guerra — immaginai che in ogni spedizione rispettabile dovessero portarsi dietro un apposito tronchesino.

A parte i particolari splatter, il documentario era stupendo. Immagini mozzafiato, commento retorico al punto giusto per infiammare i nostri giovani cuori di patriottico ardore. Il concetto di campo base come metafora della vita.

Non una parola su Walter Bonatti. Me lo ricorderei, perché già allora era uno dei miei miti.

Che il giovane Bonatti avesse fatto parte della spedizione, e con un ruolo decisivo, lo seppi molto tempo dopo. Per me Bonatti era un esploratore della jungla misteriosa. Avevo a casa un disco — forse un allegato della rivista Epoca — che mio padre aveva preso chissà dove. Mio padre lavorava in un grande albergo, e a volte portava a casa trofei leggendari quanto improbabili: forse semplicemente qualcuno li aveva dimenticati. Con una certa noncuranza li buttava lì, accompagnandoli con le parole magiche: “Me l’hanno dato in albergo!”, ed ecco che quegli oggetti acquistavano subito il fascino esotico dell’ignoto. Nella fattispecie, si trattava di un disco a 33 giri, nonostante avesse le dimensioni di un 45: nel nostro mangiadischi era impossibile ascoltarlo, ma avevo una giovane zia yé-yé con un giradischi vero. La copertina non era una semplice busta, ma una sorta di origami che poteva essere aperto e richiuso in modi diversi, dando modo di osservare molte fotografie di animali. Nel disco, si potevano ascoltare le voci di quegli animali, inframmezzate dalla voce di Bonatti che raccontava di come aveva fatto a registrarle. Dall’upupa, in crescendo, fino ad arrivare al Grande Gorilla delle Montagne. Tutti i documentari di Dian Fossey non mi hanno dato l’emozione di quei due minuti: il rumore delle frasche, Bonatti che parla sottovoce per non farsi sentire, il gorilla che si alza in piedi e lancia il suo richiamo, la fantasia che galoppa.

Ecco, per come lo ricordo io, Walter Bonatti è stato soprattutto un esploratore. Uno della stessa razza di Magellano e Cook. Uno degli ultimi, insieme a Carlo Mauri e Thor Heyerdahl. La razza oggi è estinta, ma per tornare sulla Luna, per andare su Marte, dovremo cercare gente come loro. Se ne troveremo ancora.

Poi, certo, fu un grande alpinista: lo sarebbe stato anche senza aver mai messo piede sul K2. Ora sta scalando la sua cima più importante, e gli sarà agevole raggiungere tutti gli altri. Non so, magari a un certo punto c’è un rifugio, magari potrebbero montare un campo base, ma io sono sicuro che prima di arrivare in cima troveranno finalmente il coraggio di parlarsi e di perdonarsi tutto. Me li immagino così, Bonatti, Compagnoni, Lacedelli, Desio, Puchoz, Cassin e Mahdi — perché gli hunza vanno nello stesso paradiso degli altri alpinisti, mica stanno sempre lì a portare i pesi —, seduti intorno ad un tavolo di legno, con una bottiglia di sgnapa di quella buona.

Magari qualcuno trova anche il coraggio di intonare un canto.

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Responses

  1. Grazie per questo articolo che scopro oggi e per aver ricordato il meraviglioso disco di Bonatti.

  2. Benvenuta, e grazie a te per l’onore della visita.


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