Pubblicato da: Galliolus | domenica, 20 novembre 2011

Alluvione a Genova: la sfida della gratuità

La mia amica M. insegna in un liceo genovese. Nei drammatici giorni dell’alluvione ha accettato la sfida del fango e dei suoi ragazzi, mentre io me ne stavo al calduccio. Dopo una giornata di lavoro, ha buttato giù queste note: le pubblico con il suo permesso, ad edificazione di tutti.

Domenica mattina: uscita da messa con un gruppo di studenti universitari e delle superiori si parla dell’alluvione, i ragazzi sono incontenibili, bisogna andare in centro a dare una mano. Nel pomeriggio ci troviamo tutti in via Tortosa, in uno dei punti più colpiti. Ci incontriamo con altri che si erano già mossi e stavano aiutando come potevano. Li lascio a spalare e con mio marito risalgo a piedi fino al quartiere di Quezzi, dove è straripato il rio Fereggiano, nella zona tristemente nota per tutti i video che si sono succeduti sui vari TG. Il mio intento è di andare a trovare don Ettore, nostro amico parroco nella chiesa della zona e di vedere cosa poter fare domani mattina, coi tanti ragazzi che si volevano organizzare, anche da altre zone, per andare insieme a mettersi a disposizione dei soccorritori. Resto stupita del movimento di popolo cui assisto. Ovunque ragazzi infangati che, con piglio sicuro, si muovevano con pale e cuffe di fango appena raccolto. Tutti i negozi erano aperti e pieni di gente al lavoro. Nessuno era solo con i suoi mille problemi. I dialoghi si sono succeduti, più che il lamento, così frequente a Genova, la semplicità di ritrovarsi, la gratitudine di tanti per il rischio superato, la non scontatezza nel sottolineare l’operosità che aveva ormai ripulito molte cose: una nostra amica, mamma di una bimba che frequenta una scuola paritaria della zona devastata dall’acqua, con la figlia per mano, ci racconta di come per cinque minuti siano scampate alla piena e di come abbiano lavorato in cento, per tutto il giorno ripulendo quasi ogni cosa.

Nella chiesa di don Ettore c’era tanta gente, convenuta per il rosario per le vittime che lì riceveranno martedì l’ultimo saluto: tanta gente addolorata e composta, che prega e non dispera. I bambini, ci raccontano, sono traumatizzati dalla visione della furia dell’acqua, che li ha colti all’improvviso all’uscita di scuola, portandosi via i loro amici e allora continuano a parlarne, a ricordare.

Mi colpisce l’osservazione di un ragazzo, come me colpito da tutto questo darsi da fare, che sembra non avere antecedenti (ho incontrato lì amici e alunni imprevedibili, non per intendersi quelli propensi, quelli che lo diresti, ma proprio quelli che non l’avresti mai detto): Andrea appunto mi dice: ma cosa muove tutti questi, non sono mica cristiani come noi. Ecco questo è il punto ho pensato di colpo: qui stiamo assistendo allo spettacolo della gratuità, di quel bisogno di bene, di far bene, di essere amico e solidale con gli altri, di sentirsi compagno di cammino con l’altro uomo, che fa parte di noi, è una nostra urgenza inestirpabile che nessuno ci potrà togliere. Tante volte ci siamo detti che far bene fa bene, e qui non è uno slogan, ma una evidenza. Noi, che lo sappiamo o no, siamo fatti per il bene. Vedi caro Andrea questo è il fondo di ogni uomo, l’alluvione come la crisi, ce lo rivelano, noi in più siamo educati a vederlo e a riconoscere l’origine di tutti i nostri impeti inarrestabili.

A sera ci ritroviamo a casa, tornano i ragazzi con una bottiglia di vino, dono del padrone della cantina che hanno aiutato a ripulire: ha voluto dargliela per riconoscenza, dopo averli soprannominati gli angioletti di Genova. E non si erano mai visti prima, una storia come mille altre in una città in cui si dice che ci si parli a fatica. Sembra che sia vinta l’indifferenza e il cuore si apre.

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