Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 23 dicembre 2011

Václav Havel (1936–2011)

Il tempo passa velocemente e cambia le cose. I miei alunni sono nati più di trent’anni dopo la morte di Jan Palach, non possono comprendere il motivo per cui ci si possa interessare di una nazione come la Cecoslovacchia. Che poi non esiste neanche più.

Spesso ho pensato che, tra le molte cose che io ho visto e loro no, quella più difficile da spiegare sia l’Unione Sovietica, con tutto quel che ne segue. Guardo quei poveri coreani piangere la morte del loro Caro Leader: ce la presentano come una sorta di misteriosa tradizione orientale, ma io me lo ricordo bene, il comunismo alle porte di Gorizia. Gli stessi buffi cappelli, lo stesso ridicolo passo di marcia — le testate nucleari no, quelle non mi hanno mai fatto ridere.

Pensavo che sarebbero durati per sempre. Li combattevo, come potevo: ma pensavo che sarebbero durati per sempre. Speravo che sarebbero durati per sempre, perché il modo per sconfiggerli c’era e si chiamava Guerra Termonucleare Globale. Invece il Muro è caduto, in un attimo: improvvisamente, ci siamo accorti che bastavano i picconi. Tanti piccoli gesti di tante piccole persone. Un fruttivendolo che può esporre il suo bravo cartello: Proletari di tutto il mondo, unitevi!, oppure può scegliere di non esporlo. Il potere dei senza potere. Uno dei più grandi imperi della storia, quello che Augusto Del Noce definì la più grande vergogna del nostro secolo, è crollato come un castello di carte seppellendo le menzogne su cui era stato edificato. Non grazie ad un condottiero e ai suoi eserciti, ma per l’opera di molte persone miti come Václav Havel, che hanno saputo dire di no alla menzogna pagando di persona, senza mai cedere alla tentazione della violenza. Non un vetro fu rotto per la liberazione della Cecoslovacchia: la chiamarono Rivoluzione di velluto.

Non so spiegare ad un ragazzino degli anni Zero che cosa fosse la Cecoslovacchia degli anni Settanta, oggi che Praga è solo una splendida città a due ore di volo da qui. Vorrei solo che ricordasse una cosa, e la ricordo idealmente a lui per ricordarla soprattutto a me. Ogni cosa che abbiamo, non ce l’abbiamo per merito nostro. Ce l’abbiamo perché qualcuno l’ha conquistata per noi e ce l’ha consegnata: è costata sacrificio, sudore, sangue. Cerchiamo di esserne degni. E, quando verrà il nostro turno, speriamo di essere all’altezza.

E adesso, in piedi.

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Responses

  1. Una decina d’anni fa, quand’ero all’ultimo anno delle superiori, andai in visita d’istruzione a Praga. Con la classe venne l’insegnante di lettere, donna di sinistra che invece di fare lezione su Pirandello o sulla prima guerra mondiale preferiva tediare la classe per due ore con discorsi politici e, quando andava bene, portava il televisore per mostrare qualche cassetta di Dario Fo. Durante il giro a Praga, l’insegnante di lettere si è messa a parlare con la guida, una delle due, quella antipatica, e poi venne a riferire alla classe: “Mi ha detto che da quando non c’è più il comunismo la gente è diventata più ladra”. All’inizio neanche avevo capito cos’era successo ma poi mi accorsi di come la sua dichiarazione fosse un voler cadere sempre in piedi, l’esclamazione della volpe di fronte all’uva che non riesce a cogliere – “tanto è acerba”. Fu anche il pensiero opposto a quello degli eroi mai condottieri che attuarono la rivoluzione. Probabilmente in Cecoslovacchia c’era poca gente come la mia insegnante di lettere.


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