Pubblicato da: Galliolus | domenica, 28 ottobre 2012

Bianca come il latte, rossa come il sangue

Bianca come il latte, rossa come il sangueHo letto questo libro perché sono stato raggiunto da un passaparola — per dirla tutta, anche da un “passalibro” — e soprattutto perché avevo conosciuto l’autore attraverso il suo blog, colpito in particolare da alcuni articoli sulla scuola. Ho scoperto in seguito che D’Avenia è stato allievo di padre Pino Puglisi, e questo basta e avanza per renderlo autorevole ai miei occhi. I maligni lo accusano di essere bello come il sole e di avere un ufficio stampa da far paura, ma come sapete non sono invidioso.

Di questo romanzo mi sono piaciute molte cose. La storia si svolge a scuola e intorno alla scuola, quindi inevitabilmente si tratta di un libro sulla scuola. Scritto da uno che c’è dentro, non da uno che si ricorda com’era “ai suoi tempi”: una distinzione fondamentale, in quest’epoca di gerontocrazia. I protagonisti sono adolescenti, e allora è anche un romanzo sull’adolescenza. E sull’amore. E sulla morte. E sulla vita. E su Dio. Cose da grandi, insomma, senza tutti quegli orpelli che solitamente troviamo nella retorica sugli adolescenti, della quale gli adolescenti stessi sono le prime vittime. È la storia di Leo, studente liceale normale e realistico; attraverso i suoi occhi conosciamo anche le storie degli altri: Beatrice, Silvia e Niko. Niko è l’adolescente, così come viene descritto dai mezzi di comunicazione sociale: un idiota sotto vuoto spinto. Un personaggio utile per far risaltare il realismo degli altri personaggi. Le due ragazze, le vere protagoniste, si chiamano Beatrice e Silvia: il fatto che nel 2012 un professore di lettere scriva un romanzo di successo con dentro Beatrice e Silvia mi sembra degno di nota, che sia per superbia o per scarsa fantasia. Silvia è un personaggio affatto diverso dalla Silvia leopardiana; viceversa Beatrice è molto dantesca, ma azzardo a dire che nel personaggio sia adombrata anche la ragazzina dai capelli rossi, l’amore impossibile di Charlie Brown.

Intorno ai protagonisti ci sono anche adulti: insegnanti e genitori. Gli insegnanti non sono quasi mai chiamati per nome, ma neanche troppo maltrattati. Umani anche loro, tutto sommato, a parte la grave tara di vivere in un mondo a parte. Il migliore di tutti è ovviamente il supplente di filosofia, detto il Sognatore, che è scopertamente l’alter ego dell’autore. Insieme a lui Gandalf, il prete di religione, presumibilmente centenario: si capisce che D’Avenia gli vuole bene, tanto che lo mette anche se sono anni che i preti non insegnano più religione nelle scuole. Questa direi che è l’unica eccezione al realismo, a parte la questione delle donazioni di sangue dei minorenni che l’autore stesso denuncia. Molto centrati i genitori di Leo, che sanno esserci quando è necessario, ma sanno accettare che i figli da imparino anche dagli altri. Anche la mamma di Beatrice è un bel personaggio.

La storia non ve la racconto, perché è già stata raccontata anche troppo e certe cose è meglio saperle direttamente dal romanzo. E poi non è così importante sapere se Beatrice e Leo si baciano oppure no (questo non me lo ricordo neanche io), e se Beatrice vive oppure muore (questo invece me lo ricordo bene). In questo libro contano i fatti, ma i fatti non sono niente se non servono a Leo per imparare qualcosa. È soprattutto la storia di Leo che diventa uomo, fino a ricordare simbolicamente il suo vero nome.

Bella la storia, e anche scritta bene. Ho apprezzato l’uso di un registro “basso” per mettere a tema anche gli argomenti più seri. Mi è sembrato un metodo molto cattolico, o almeno molto chestertoniano. Alcuni esempi, tratti da quello che a occhio e croce è il capitolo centrale (pag. 133 e seguenti):

Ho fatto il nuovo record a Snake durante l’ora di filosofia, mentre il Sognatore parlava di un tale che diceva che la morte non esiste, perché quando sei vivo la morte non c’è e quando sei morto sei morto, quindi non c’è neanche allora.

Mi è sembrata una cazzata colossale, tanto per cambiare. […] La morte avvelena tutte le cose della vita. La filosofia è inutile. Il T9 non ha la parola “Dio”, il che dimostra che Dio non esiste. Snake è l’unica possibilità che ti resta per non pensarci.

Fino a giungere alla prova ontologica:

Bestemmio più volte, ripetutamente, con forza. E ora mi sento meglio. E capisco che Dio esiste, altrimenti non mi sentirei meglio. A prendertela con Babbo Natale non stai meglio. Se te la prendi con Dio, sì.

Non voglio tacere ciò che in questo libro mi ha infastidito. Innanzitutto i capitoli brevi, a volte brevissimi, non numerati, rendono difficile l’orientamento; ma questa forse è una questione personale. Considero invece un errore l’uso della prima persona, e cerco di spiegarlo. Il libro è scritto come una sorta di diario, e chi parla è il protagonista Leo: è lui che ci racconta i fatti e ci fa conoscere i suoi pensieri. D’altra parte, l’autore del libro è evidentemente il Sognatore: ma allora i pensieri di chi sono? Ammetto di essere stato notevolmente spaesato da questo sdoppiamento di personalità. Una postilla finale presenta il libro come l’autentico diario di Leo, anche se il Sognatore ammette di aver corretto qualche congiuntivo. Però aprite il libro a caso e ditemi: conoscete un italiano sedicenne maschio che scriva in questa maniera? Anzi: conoscete un italiano sedicenne maschio che tenga un diario?


Alessandro D’Avenia
Bianca come il latte, rossa come il sangue
Arnoldo Mondadori, Milano, 2011
ISBN 9788866210054
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Responses

  1. è piaciuto molto alla mia nipotina diciannovenne, però ha detto anche che l’ha fatta stare (troppo) male.

  2. Capisco benissimo che una diciannovenne possa stare male leggendolo, ma presumo che questo sia per l’appunto uno degli scopi del libro. Missione compiuta, allora! ;-)


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