Pubblicato da: Galliolus | sabato, 20 luglio 2013

In caso di disastro lunare

Era il 18 luglio 1969.

L’Apollo 11 era partito due giorni prima: Armstrong, Aldrin e Collins erano ancora insieme e presumo che stessero oscillando tra l’emozione adrenalinica e la noia mortale; forse semplicemente si vergognavano di annoiarsi in una situazione così apparentemente adrenalinica. Non sembra fossero colpiti dal mal di spazio, a differenza di Frank Borman, che aveva trascorso buona parte del viaggio di Apollo 8 vomitando in assenza di gravità. La storia delle esplorazioni spaziali non è fatta solo di poesia.

Frank Borman era uno degli uomini di punta della NASA: era stato il comandante di Apollo 8, e prima ancora di Gemini 7; per Apollo 11 svolgeva il ruolo di ufficiale di collegamento con la Casa Bianca. In quella veste aveva chiamato William Safire, noto giornalista del New York Times, che all’epoca prestava servizio nella squadra degli autori dei discorsi presidenziali. Il presidente in carica era quel ciucciamentine di Richard Nixon: forse il presidente più disprezzato della storia, ma tra diecimila anni la parola Watergate sarà priva di significato, mentre la sua firma sarà ancora sul Mare della Tranquillità.

Apollo 11

Borman e Safire avevano parlato di ciò di cui si parlava malvolentieri: la missione era pericolosa, il successo non era assicurato. È vero, la NASA non aveva mai perso un uomo nello spazio, ma già questa frase conteneva una bugia pietosa: occorreva specificare nello spazio per non tenere conto dell’Apollo 1. E ritengo che questo sia un buon momento per ricordare il sacrificio di Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee.

Borman aveva spiegato a Safire quali fossero i rischi della missione, chiedendogli di preparare un discorso e una linea di comportamento per il Presidente. Il rischio più grande e più terribile stava nell’unica fase che, per forza di cose, era stata provata solo parzialmente: la risalita dal suolo lunare di ciò che restava del LEM, ed il conseguente appuntamento di ritorno con il Modulo di Comando, nel quale Collins avrebbe dovuto pazientemente aspettare i due compagni. Se qualcosa fosse andato storto, Armstrong e Aldrin sarebbero rimasti sulla Luna, o si sarebbero persi nello spazio; Collins avrebbe dovuto tornare a casa da solo, e sappiamo che il pensiero di questa eventualità gli aveva tolto il sonno nei mesi precedenti.

Guardate questa foto, scattata da Collins durante la risalita del LEM:

Tutti tranne Collins

Sullo sfondo, la Terra sorge dietro la Luna, mentre in primo piano il LEM si sta avvicinando velocemente all’appuntamento. Armstrong e Aldrin sono sul LEM, tutti gli altri — ehi, ci sono anch’io! — sono sulla Terra. Questa foto contiene tutta l’umanità in una solo inquadratura. Tutta l’umanità tranne Collins, che sta dietro l’obbiettivo: l’uomo più solo del mondo.

Era il 18 luglio, dicevo, quando un memorandum arrivò sulla scrivania di Bob Haldeman, allora Capo di Gabinetto della Casa Bianca: un discorso e alcuni suggerimenti sulla condotta da tenere. Era stato preparato da Safire, sulla base delle informazioni ricevute da Borman. Se qualcosa fosse andato storto, il Presidente avrebbe dovuto telefonare personalmente alle future vedove. Non sappiamo se ci sarebbe stato il tempo per l’ultimo saluto, prima che il Controllo Missione chiudesse definitivamente il contatto radio con Eagle, lasciando Neil e Buzz soli nella scelta tra suicidarsi o aspettare la morte: più probabilmente la seconda, dal momento che la leggenda della pillolina di cianuro che gli astronauti avrebbero portato con sé è stata sempre negata da tutti i protagonisti. Il presidente Nixon avrebbe quindi dovuto leggere il suo messaggio alla nazione in diretta televisiva. Infine, si sarebbe svolta una sorta di cerimonia funebre simile alla sepoltura in mare — come da tradizione per gli astronauti — da concludersi con un Pater noster.

Questa è la traduzione del discorso che Richard Nixon non ha mai pronunciato, passato alla storia come Comunicato di Contingenza:

Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace resteranno sulla Luna per riposarvi in pace.

Questi uomini audaci, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno anche che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio.

Questi due uomini stanno sacrificando le loro vite per il più nobile fine dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza.

Saranno pianti dalle loro famiglie e dai loro amici; saranno pianti dalla loro patria; saranno pianti dalla gente di tutto il mondo; saranno pianti da quella Madre Terra che osò inviare due dei suoi figli verso l’ignoto.

Nella loro esplorazione hanno mosso le persone del mondo a sentirsi una cosa sola; nel loro sacrificio, essi legano più strettamente la fratellanza tra gli uomini.

Nei tempi antichi, gli uomini guardarono alle stelle e videro i loro eroi dentro alle costellazioni. Nei tempi moderni, facciamo pressapoco la stessa cosa, ma i nostri eroi sono epici uomini di carne e di sangue.

Altri seguiranno, e certamente troveranno la strada verso casa. La ricerca dell’uomo non sarà rinnegata. Ma questi uomini sono stati i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori.

Poiché ogni essere umano che guarderà la Luna nelle notti che verranno saprà che c’è un angolo di un altro mondo che sarà per sempre umanità.

Il testo originale del discorso è disponibile su Wikisource e su The Smoking Gun; la storia è raccontata sul New York Times dallo stesso William Safire.

Questo articolo si autopubblicherà alle 22:17 del 20 luglio, nel 34° anniversario dell’allunaggio. Anche se lo leggerete nei giorni successivi, ci sarà una bella Luna piena. Fate una passeggiata con i vostri amici, prendete un buon gelato, e se ci sono dei bambini raccontate loro di quei giorni formidabili. E strizzate l’occhiolino a Neil, naturalmente.

Poi chiedetevi anche voi: quando ci torneremo? E chi ci andrà questa volta?

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