Pubblicato da: Galliolus | giovedì, 28 agosto 2014

Alfredo Martini (1921–2014)

Ricordare Alfredo Martini significa rileggere tutta la storia del ciclismo, sport che con la sua storia ha un legame unico: questo concetto è stato espresso una volta per tutte dalla Lüserta e non sarò certo io a provare a spiegarlo meglio. Stando così le cose, è facile per gli appassionati di ciclismo cadere nella tentazione della nostalgia: io, per esempio, man mano che invecchio mi scopro sempre più nostalgico. O, più probabilmente, divento un po’ più vecchio ogni volta che cedo a questa tentazione.

Alfredo Martini non era così. Per prima cosa, lui non ricordava la storia, né amava raccontarla: lui era la storia. Forse proprio per questo non cadeva mai nel tranello dei “bei tempi andati”, anche se ne avrebbe avuto il diritto molto più di tanti altri. Per esempio, quando gli chiedevano chi fosse stato il più forte di sempre, rispondeva Girardengo (classe 1893). Possibile che lo dicesse per non essere costretto a scegliere tra Coppi e Bartali, lui che era sempre riuscito a mettere d’accordo tutti; ma Martini dava invece un’altra motivazione: Girardengo era uno che viveva già nel futuro. E allora non è così strano se uno dei primissimi cinguettìi a ricordarlo sia stato quello di Vincenzo Nibali (classe 1984). C’è quasi un secolo tra Girardengo e Nibali, e Alfredo Martini ne era la sintesi vivente.

martini+5Fu un ciclista mediocre, in un tempo in cui fare il ciclista professionista era un modo come un altro per uscire dalla guerra. Qualche coccodrillo citerà le sue vittorie, ma il suo risultato più importante fu con ogni probabilità il terzo posto nella leggendaria Cuneo–Pinerolo, a quasi 20 minuti da Coppi; tra di loro, solo Bartali. Sceso di sella nel 1957, aspettò dodici anni prima di salire su un’ammiraglia importante; nel 1971 vinse il Giro con Gösta Petterson e nel 1975 diventò citì della Nazionale. Sull'ammiraglia azzurra partecipò a 23 Mondiali, portando per venti volte un italiano sul podio, sei delle quali sul gradino più alto. Dopo la batosta del 1997 lo fecero fuori: era un monumento nazionale e non poteva certo essere licenziato in malo modo, ma a 76 anni era l'ora della meritata pensione. Promoveatur ut amoveatur: per lui venne inventato il ruolo di “supervisore delle squadre nazionali”, un ruolo che nelle intenzioni era puramente rappresentativo. Martini si prese sul serio, e libero da responsabilità dirette diventò la vera anima del ciclismo italiano, non solo per il giorno del Mondiale. Da allora, ogni volta che un italiano otterrà qualche risultato in bicicletta si accorgerà di dover ringraziare Martini; ogni volta che un italiano sarà di fronte ad un momento importante, sentirà la necessità di andare in pellegrinaggio da Martini, come si può andare da un padre spirituale. Non si spiega altrimenti che Davide Cassani — uno che non avrebbe avuto problemi a trovare un invito per la tribuna d’onore degli Champs-Élysées — abbia seguìto l’ultima tappa del recente Tour sul divano di casa Martini.

Per la mia generazione, il ciclismo erano Moser e quell’altro, 364 giorni all’anno. Poi arrivava il giorno del Mondiale, e come per miracolo Martini riusciva a farli andare d’accordo. Quasi sempre. Questo era forse il suo talento più speciale: fare andare d’accordo tutti.

Mi chiesero: come potevi pensare di mettere d’accordo due uomini di classe come Moser e Saronni? Risposi che infatti non potevo, ma loro sì che potevano ed era la loro intelligenza a metterli d’accordo, almeno per un giorno all’anno; perché avvicinandosi, anche colui che si sentiva il più forte avrebbe preferito dividere le responsabilità. Nella vita bisogna saper aspettare, lasciar trascorrere il tempo fino a scegliere il momento giusto e le parole giuste per trovare l’accordo.

borracciaQuando gli chiedevano della famosa foto, faceva notare che quella foto è fondamentale perché è un momento di solidarietà umana; di fronte a questo, il resto passa in secondo piano. Questo suo talento si rifletteva nella vita privata: partigiano e comunista, andava d’accordo tanto con il Pio Bartali quanto con il borghese Coppi, ma per il fascista e repubblichino Fiorenzo Magni era addirittura quasi un fratello. Si erano conosciuti nel 1936, e da allora — come dicevano — “mai mezza parola storta”. Fieramente laico, estimatore della compaesana Margherita Hack, appassionato lettore della Bibbia, aveva ritenuto opportuno andare a presentarsi al suo vescovo, che gli aveva mandato gli auguri per i 90 anni; il vescovo gli chiese della borraccia.

Ultimamente lo chiamavano a parlare ai funerali. Al funerale di Magni disse che tutti i ciclisti vanno in Paradiso, ed iniziò ad enumerarli tutti, fino ad arrivare a Franco Ballerini, che era il figlio maschio che Martini non aveva avuto. Mi accorsi — tutti si accorsero — che dall’elenco non mancava nessuno: Martini era rimasto l’ultimo. L’anno precedente se n’era andata anche l’amatissima moglie Elda. Fu come vederlo parlare a se stesso.

Le sue uscite si diradarono, senza cessare del tutto. Dopo una caduta in casa, volle andare ugualmente alla presentazione del libro che aveva scritto per mano di Marco Pastonesi, presentandosi con il volto tumefatto. Continuava a seguire le corse da casa, ma l’altro giorno spense il televisore quando mancavano ancora 15 km all’arrivo della Vuelta. Le figlie capirono: morì la sera stessa.

Adesso non c’è veramente più nessuno, io mi guardo intorno e come lui non ne vedo più. E ce ne sarebbe tanto bisogno. Ma so anche che lui sarebbe il primo a non accettare questo mio sguardo all’indietro: mi direbbe che si deve pensare al futuro, e a huesti figlioli.

Grazie, Alfredo: per i bei momenti, e soprattutto per il futuro.

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