Pubblicato da: Galliolus | sabato, 28 marzo 2015

The Newsroom

Guardo poca televisione. Anzi, escludendo i film e le telecronache sportive, si può dire che io non ne guardi affatto. Ad esempio, negli ultimi vent’anni credo di aver seguito solo due telefilm: Don Matteo e Dr. House. Lo so, quasi nessuno li chiama più telefilm, ma mi piace essere d’accordo con una minoranza, e se in questa minoranza c’è Luca Sofri allora sono in buona compagnia.

Proprio dal peraltro direttore ho sentito parlare per la prima volta di The Newsroom, un telefilm americano scritto da Aaron Sorkin che, attraverso le vicende di una redazione televisiva, ci propone un formidabile punto di vista sul giornalismo, sulla società che vogliamo e su quella che abbiamo, sul lavoro e su come vada fatto bene, sul rapporto tra i nostri ideali e le nostre azioni concrete. Se accettate l’opinione di uno spettatore che non si lascia coinvolgere facilmente: è una serie eccezionale.

Non vi parlerò della storia, rimandandovi a diversi interventi su Wittgenstein (uno, due, tre, quattro e cinque, attenzione agli spoiler). Solo qualche parola sui personaggi e sugli attori, tutti molto bravi.

Jeff Daniels è il protagonista, il mezzobusto Will McAvoy: repubblicano moderato, incarna un’idea di destra che anche in Italia va scomparendo; interpretazione credibile, anche se inevitabilmente riaffiora talvolta il ricordo di Scemo & + scemo. Emily Mortimer è MacKenzie MacHale, produttrice del notiziario e coscienza critica della serie: educata per sua stessa ammissione dai film di Frank Capra, come una sorta di Beatrice guida Will e gli altri verso la beatitudine del buon giornalismo. L’origine del personaggio, secondo me, non è letteraria ma va rintracciata nei fumetti: la professionalità e l’intuito di Lois Lane mischiati con la rettitudine e la disinvoltura di Clark Kent. Sam Waterston è Charlie Skinner, il vecchio e saggio direttore, impegnato — tra un whisky e l’altro — a muovere i fili senza farsi troppo notare; l’attore è il protagonista di Urla del silenzio, e mi piace pensare che anche il personaggio sia lo stesso, immaginato trent’anni dopo. Skinner ha anche il compito di fare da filtro contro Leona Lansing, che ci mette i soldi e con lo stesso metro misura i risultati: un’acidissima e convincente interpretazione di Jane Fonda, già signora Turner. La redazione è composta da Maggie Jordan (Alison Pill) nel ruolo della bionda in pericolo, contesa dal buono ma non troppo Jim Harper (John Gallagher Jr.) e dal cattivo ma non troppo Don Keefer (Thomas Sadoski). Sloan Sabbith (Olivia Munn) è l’esperta di economia, bellissima e secchiona allo stesso tempo. Uno dei segreti del funzionamento di una sceneggiatura sta nel proporre personaggi nei quali gli spettatori di diverso tipo possano identificarsi: se è così, spesso io mi sento Neal Sampat (Dev Patel, l’avete visto in The millionaire, sceneggiato dallo stesso Sorkin).

Ciascun episodio è ambientato in un giorno preciso: le notizie sono quelle vere, così come i personaggi di cui si parla. Ci sono anche storie che si sviluppano in sottofondo, lungo tutta la serie, ma ogni episodio è autoconcludente. La sceneggiatura scorre come un orologio. L’unico neo è l’eccessivo peso dato agli amori e amorazzi dei protagonisti, quasi tutti molto giovani: adulti sul lavoro, adolescenti fuori; ma forse anche nella vita reale accade lo stesso.

La tre stagioni del telefilm sono andate in onda negli Stati Uniti a partire dal 2012, senza ottenere un grande successo. In Italia, Rai3 ha trasmesso le prime due stagioni, ma non le ha viste quasi nessuno. Scrivo questo articolo — peccato non averci pensato prima! — per segnalare che RaiMovie sta trasmettendo le repliche, ogni domenica in seconda serata, dopo il film.

Guardàtelo.

Capirete perché l’America è il più grande Paese del mondo, mentre noi abbiamo ancora Vespa e Giacobbo.

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Responses

  1. […] fatto appena in tempo a vantarmi di non guardare la televisione, ed ecco che il mio amico Franco Nembrini mi dà l’occasione di rimangiarmi tutto. Un altro […]


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