Pubblicato da: Galliolus | mercoledì, 12 novembre 2014

Accometaggio

Oggi la missione Rosetta arriva sul suo bersaglio, la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko: quindi oggi c’è l’accometaggio. Sì, ne avevamo già parlato: sulla Terra si atterra, sulla Luna si alluna, su Marte si ammarta, su una cometa si deve per coerenza accometare.

Il viaggio è durato dieci anni, per un percorso di oltre 6 miliardi di kilometri; al momento Rosetta si trova “solo” a mezzo miliardo di kilometri da Terra, il che ci fa capire che non è stato proprio un percorso rettilineo.

A differenza dei casi precedenti, una cometa ha una gravità trascurabile, quindi non si può pensare di cadere con stile su di essa. Bisogna avvicinarsi lentamente, ma la cometa e la sonda sono entrambe velocissime: “lentamente” significa che occorre inseguire la cometa ad una velocità di poco superiore, fino a raggiungerla. Una volta raggiunta, bisogna arpionarla, come si farebbe con una balena, stando attenti che il rinculo causato dagli arpioni non mandi tutto a monte. Poi ancorarsi con trapani e tasselli. Il tutto in maniera automatica, perché i segnali radio impiegano mezz’ora ad arrivare sulla Terra, quindi non c’è modo di controllare alcunché: accadrà quello che deve accadere, e mezz’ora dopo lo sapremo.

Per chi vuole capire qualcosa in più, questo articolo di Emanuele Menietti su Il Post dice tutto quello che c’è da sapere, spiegato bene e con parole semplici.

Qui metto un bel filmato, in inglese (ma se volete ci sono i sottotitoli in tedesco)

L’accometaggio è previsto per oggi pomeriggio verso le 16. Se volete seguirlo in diretta — cioè, come si diceva poco sopra, la registrata di mezz’ora — potete seguire questo link, oppure sintonizzarvi su RaiScuola sul canale 146 del digitale terrestre.

Aggiornamento (2014-11-15): xkcd ha disegnato l’evento a modo suo. Si comincia da qui.

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Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 6 ottobre 2014

Pronti a ripartire?

La stagione ciclistica si è appena conclusa e oggi è stato già presentato il Giro d’Italia 2015.

Qui in Liguria, qualcuno sta già preparando la torta di riso.

Pubblicato da: Galliolus | domenica, 21 settembre 2014

Padri vs. figli

La mia bacheca di Facebook è per natura estremamente variegata, proveniente da almeno quattro mondi diversi: c’è il Facebook dei miei alunni, quello dei loro padri, quello delle loro madri e infine quello dei miei amici. Sono mondi separati, perché i figli non danno l’amicizia ai genitori, e anche tra i padri e le madri spesso non corre buon sangue.

La mia bacheca è per natura estremamente variegata, ma a volte ci si mette anche il beffardo algoritmo che sceglie in quale ordine presentarti i diversi messaggi. L’altro giorno, per esempio, dal Facebook dei padri mi è arrivato questo video:

Subito sotto, l’involontaria risposta dal Facebook dei figli:

Pubblicato da: Galliolus | giovedì, 28 agosto 2014

Alfredo Martini (1921–2014)

Ricordare Alfredo Martini significa rileggere tutta la storia del ciclismo, sport che con la sua storia ha un legame unico: questo concetto è stato espresso una volta per tutte dalla Lüserta e non sarò certo io a provare a spiegarlo meglio. Stando così le cose, è facile per gli appassionati di ciclismo cadere nella tentazione della nostalgia: io, per esempio, man mano che invecchio mi scopro sempre più nostalgico. O, più probabilmente, divento un po’ più vecchio ogni volta che cedo a questa tentazione.

Alfredo Martini non era così. Per prima cosa, lui non ricordava la storia, né amava raccontarla: lui era la storia. Forse proprio per questo non cadeva mai nel tranello dei “bei tempi andati”, anche se ne avrebbe avuto il diritto molto più di tanti altri. Per esempio, quando gli chiedevano chi fosse stato il più forte di sempre, rispondeva Girardengo (classe 1893). Possibile che lo dicesse per non essere costretto a scegliere tra Coppi e Bartali, lui che era sempre riuscito a mettere d’accordo tutti; ma Martini dava invece un’altra motivazione: Girardengo era uno che viveva già nel futuro. E allora non è così strano se uno dei primissimi cinguettìi a ricordarlo sia stato quello di Vincenzo Nibali (classe 1984). C’è quasi un secolo tra Girardengo e Nibali, e Alfredo Martini ne era la sintesi vivente.

martini+5Fu un ciclista mediocre, in un tempo in cui fare il ciclista professionista era un modo come un altro per uscire dalla guerra. Qualche coccodrillo citerà le sue vittorie, ma il suo risultato più importante fu con ogni probabilità il terzo posto nella leggendaria Cuneo–Pinerolo, a quasi 20 minuti da Coppi; tra di loro, solo Bartali. Sceso di sella nel 1957, aspettò dodici anni prima di salire su un’ammiraglia importante; nel 1971 vinse il Giro con Gösta Petterson e nel 1975 diventò citì della Nazionale. Sull'ammiraglia azzurra partecipò a 23 Mondiali, portando per venti volte un italiano sul podio, sei delle quali sul gradino più alto. Dopo la batosta del 1997 lo fecero fuori: era un monumento nazionale e non poteva certo essere licenziato in malo modo, ma a 76 anni era l'ora della meritata pensione. Promoveatur ut amoveatur: per lui venne inventato il ruolo di “supervisore delle squadre nazionali”, un ruolo che nelle intenzioni era puramente rappresentativo. Martini si prese sul serio, e libero da responsabilità dirette diventò la vera anima del ciclismo italiano, non solo per il giorno del Mondiale. Da allora, ogni volta che un italiano otterrà qualche risultato in bicicletta si accorgerà di dover ringraziare Martini; ogni volta che un italiano sarà di fronte ad un momento importante, sentirà la necessità di andare in pellegrinaggio da Martini, come si può andare da un padre spirituale. Non si spiega altrimenti che Davide Cassani — uno che non avrebbe avuto problemi a trovare un invito per la tribuna d’onore degli Champs-Élysées — abbia seguìto l’ultima tappa del recente Tour sul divano di casa Martini.

Per la mia generazione, il ciclismo erano Moser e quell’altro, 364 giorni all’anno. Poi arrivava il giorno del Mondiale, e come per miracolo Martini riusciva a farli andare d’accordo. Quasi sempre. Questo era forse il suo talento più speciale: fare andare d’accordo tutti.

Mi chiesero: come potevi pensare di mettere d’accordo due uomini di classe come Moser e Saronni? Risposi che infatti non potevo, ma loro sì che potevano ed era la loro intelligenza a metterli d’accordo, almeno per un giorno all’anno; perché avvicinandosi, anche colui che si sentiva il più forte avrebbe preferito dividere le responsabilità. Nella vita bisogna saper aspettare, lasciar trascorrere il tempo fino a scegliere il momento giusto e le parole giuste per trovare l’accordo.

borracciaQuando gli chiedevano della famosa foto, faceva notare che quella foto è fondamentale perché è un momento di solidarietà umana; di fronte a questo, il resto passa in secondo piano. Questo suo talento si rifletteva nella vita privata: partigiano e comunista, andava d’accordo tanto con il Pio Bartali quanto con il borghese Coppi, ma per il fascista e repubblichino Fiorenzo Magni era addirittura quasi un fratello. Si erano conosciuti nel 1936, e da allora — come dicevano — “mai mezza parola storta”. Fieramente laico, estimatore della compaesana Margherita Hack, appassionato lettore della Bibbia, aveva ritenuto opportuno andare a presentarsi al suo vescovo, che gli aveva mandato gli auguri per i 90 anni; il vescovo gli chiese della borraccia.

Ultimamente lo chiamavano a parlare ai funerali. Al funerale di Magni disse che tutti i ciclisti vanno in Paradiso, ed iniziò ad enumerarli tutti, fino ad arrivare a Franco Ballerini, che era il figlio maschio che Martini non aveva avuto. Mi accorsi — tutti si accorsero — che dall’elenco non mancava nessuno: Martini era rimasto l’ultimo. L’anno precedente se n’era andata anche l’amatissima moglie Elda. Fu come vederlo parlare a se stesso.

Le sue uscite si diradarono, senza cessare del tutto. Dopo una caduta in casa, volle andare ugualmente alla presentazione del libro che aveva scritto per mano di Marco Pastonesi, presentandosi con il volto tumefatto. Continuava a seguire le corse da casa, ma l’altro giorno spense il televisore quando mancavano ancora 15 km all’arrivo della Vuelta. Le figlie capirono: morì la sera stessa.

Adesso non c’è veramente più nessuno, io mi guardo intorno e come lui non ne vedo più. E ce ne sarebbe tanto bisogno. Ma so anche che lui sarebbe il primo a non accettare questo mio sguardo all’indietro: mi direbbe che si deve pensare al futuro, e a huesti figlioli.

Grazie, Alfredo: per i bei momenti, e soprattutto per il futuro.

Pubblicato da: Galliolus | mercoledì, 16 luglio 2014

Giorgio Faletti (1950–2014)

Credo di essere l’unico italiano della mia generazione a non aver mai visto una puntata del Drive in: niente di personale, credo fosse solo per via di un orario scomodo. Ma non ce n’era bisogno, perché poi i vari tormentoni venivano ossessivamente ripetuti da tutti gli altri italiani per tutta la seguente settimana: come ascoltatore in differita credo di non averne perso una puntata. Certo, mancava la sezione tette-e-culi, ma di quella avremmo fatto indigestione nei decenni seguenti.

Non ho neanche letto i suoi libri, e penso che non li leggerò mai, perché sono troppo indietro con le letture e poi non è proprio il mio genere. Ma probabilmente sono molto belli, vista tutta l’invidia che hanno scatenato.

Ricordo di lui solo poche cose, piccole: la voce di Chuckles (il pagliaccio triste) in Toy Story 3, un intervento non banale per la morte di Walter Chiari. E il Signor tenente, certo.

Non mi aspettavo che fosse così amato, anche a partire da luoghi imprevedibili: d’altra parte, l’aggettivo “imprevedibile” è forse quello che maggiormente si adatta a questo poliedrico artista. Colpito dall’ondata di cordoglio, partecipo anch’io proponendovi un piccolo, misconosciuto capolavoro scritto da lui: è un po’ che lo tengo lì, ma mi mancava l’occasione per mostrarvelo.

Musica e voce di Angelo Branduardi.

Pubblicato da: Galliolus | martedì, 6 maggio 2014

A proposito di banane

Pubblicato da: Galliolus | giovedì, 17 aprile 2014

Tanto per parlare di un’altra cosa #3

Un giorno andarono dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui.

Una delle due disse: «Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa sola era in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco — la tua schiava dormiva — e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io».

L’altra donna disse: «Non è vero! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto». E quella, al contrario, diceva: «Non è vero! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo». Discutevano così alla presenza del re.

Egli disse: «Costei dice: Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto e quella dice: Non è vero! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo».

Allora il re ordinò: «Prendetemi una spada!». Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: «Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra».

La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: «Signore, date a lei il bambino vivo; non uccidetelo affatto!». L’altra disse: «Non sia né mio né tuo; dividetelo in due!».

Presa la parola, il re disse: «Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre».

Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunziata dal re e concepirono rispetto per il re, perché avevano constatato che la saggezza di Dio era in lui per render giustizia.

Primo libro dei Re, 16–28

Pubblicato da: Galliolus | sabato, 29 marzo 2014

La più grande soddisfazione della mia carriera

Faccio il mestiere più bello del mondo, anche se presenta qualche piccolo difetto.

Il primo è che le soddisfazioni sono sempre differite nel tempo. Ricordo un romanzo nel quale un vecchio professore era solito esclamare: «Beato lo scalpellino, che ogni sera ha di fronte a sé il frutto del proprio lavoro!». Educare è come mettere dei semi: se, quando e come troveranno un terreno fertile non è in tuo potere deciderlo.

Il secondo difetto è che passo buona parte del mio tempo a fare qualcosa che non c’entra niente col motivo per cui sono pagato: ad esempio, intercettare almeno una piccola parte dei bigliettini che i miei alunni compongono compulsivamente. L’arte del pizzino analogico è ancora molto praticata, anche da questa generazione digitale.

Di tutto questo ero convinto, fino a ieri. Poi ho sequestrato questo:

love

Pubblicato da: Galliolus | domenica, 23 marzo 2014

Trent’anni dopo #2

Oggi si corre la 105ma edizione della Milano–Sanremo. Tra le classiche monumento non è la più dura, ma certamente è la più difficile da pronosticare. Sono sicuro che, alla partenza da Milano, ognuno dei duecento partecipanti — erano trecento quando ero bambino — coltiva la segreta speranza di arrivare primo sul traguardo, che anche quest’anno è posto sul lungomare Italo Calvino. Non è una lotteria, come talvolta si sente dire, perché alla fine vince (quasi) sempre un campione; ma è una corsa che può essere vinta in moltissimi modi, e ciascuno ha un solo modo per vincerla. Come dire che ciascuno ha 199 modi per perderla.

Per esempio, è probabile che uno come Francesco Moser avrebbe potuto vincere solo in discesa. Son giusto trent’anni fa: io ero sul traguardo, ma nel filmato non mi si vede.

P.S.: Per quest’anno io dico Cavendish, soprattutto perché ha superato il suo maestro.

Pubblicato da: Galliolus | venerdì, 21 marzo 2014

Cara futura mamma

[Oggi è la Giornata Mondiale sulla sindrome di Down: questo blog partecipa, nel suo piccolo.]

Aggiornamento (2014-09-16): Apprendo da Costanza Miriano che questo video ha dato un po’ fastidio alla censura francese.

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