Pochi giorni fa si ragionava con Alessandro sulla presenza o meno di salite in Paradiso. Forse ha ragione lui, le salite ci sono. Ma il pavé quello no: quello è all’Inferno.
Scusate se non trovo le parole adatte: se volete, leggete quelle di Gigi Crema su Il Sussidiario.
E se siete di quei pagani che non hanno capito, nessuno ve lo spiegherà meglio di Farfintadiesseresani.
I cristiani hanno questa scandalosa abitudine, di sostenere che Gesù Cristo sia morto per la loro salvezza e quella di tutti gli uomini. Che abbia dato la Sua vita per la loro. Affermazione incredibile: infatti ci sono quelli che non ci credono, quelli che ci credono ma ritengono si tratti solo di un modo di dire, e quelli — io appartengo a questa terza categoria — che dicono di crederci, ma poi vivono come tutti gli altri. Esiste però nella storia una persona per cui questa affermazione è vera, nel senso più semplice e concreto: Gesù Cristo è morto per la salvezza di Barabba, e ciò è letteralmente vero indipendentemente da ogni fede.
Questo romanzo di Pär Lagerkvist — scrittore svedese premio Nobel 1951 — cerca di immaginare che cosa sia accaduto dopo i fatti narrati nei Vangeli. Che ne è stato di Barabba il liberato? E che ne è stato degli altri? Lazzaro, ad esempio: non ci avevo mai pensato, ma che vita avrà mai potuto avere, dopo?
Mi sono avvicinato a questo romanzo su consiglio di alcuni amici, facilitato anche dalla circostanza che da esso è stato tratto — molto liberamente — l’omonimo film di Richard Fleischer, con Anthony Quinn nel ruolo del protagonista. Più che un romanzo, — come acutamente nota Alessandro Ceni nella prefazione — è una rappresentazione teatrale, anzi una sacra rappresentazione. Una serie di quadri, di stazioni, che attraversano storie già note, da un altro punto di vista. Se le storie sono risapute, non lo sono molti dei personaggi: tutti ben calibrati, credibili, umani fino in fondo — mi ha colpito in particolare la figura della Leporina. Barabba li incontra conservando la propria solitudine, senza appartenere a nessuno, senza essere compreso da nessuno, senza che nessuno riesca a distoglierlo dal suo pensiero dominante, se non per qualche fuggevole momento.
Beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto. [Gv 20,29]. Barabba, pur avendo visto, non può credere ai suoi occhi. Barabba il liberato: il primo dei moderni.
Pär Fabian Lagerkvist Barabba
[Barabbas]
traduzione di Giacomo Oreglia e Carlo Picchio
prefazione di Alessandro Ceni
Jaca Book, Milano, 2004
ISBN 9788816502475 Compralo su Itaca!
Grazie di tutto, Buzz. Quando sei salito lassù avevo 4 anni, e da allora sono rimasto così, bocca aperta e occhi sgranati. E anch’io, quando guardo la Luna, mi chiedo quando ci torneremo.
Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traïner à cöté d’eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brüle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!
Le Poëte est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
Credo sia stato Orio Vergani a coniare per Fausto Coppi il soprannome l’Airone, per via delle gambe da trampoliere, dello sterno prominente e del naso che fendeva l’aria come un lungo becco: il grande airone ha chiuso le ali resterà una delle metafore più azzeccate della storia del giornalismo sportivo. L’airone è un elegante uccello d’acqua dolce; per questo credo che un uccello oceanico come l’albatros sia una metafora più indicata per descrivere l’enormità delle sue imprese ed esprimere al contempo il sentimento di goffaggine che il Campionissimo trasmetteva una volta sceso dalla bicicletta. Forse egli stesso se ne rendeva conto, e di fatto da quella bicicletta non scese mai, trascinando la sua carriera ben oltre il vertice della parabola, fino all’incontro con una fatale miscela di Plasmodium falciparum e incompetenza dei medici.
Ogni tanto mi viene la domanda, e mi rispondo sempre che sarei stato più per Bartali, nonostante la mia istintiva antipatia verso i toscani. Perché da perfetto mediocre mi sento più rappresentato dal sacrificio che dal talento — come se il talento non portasse con sé l’esigenza di un sacrificio — e nell’immotivata illusione di essere capace di un sacrificio che compensi la mancanza di talento. Perché il talento è un gratuito dono di Dio — ma di questo dirò più avanti —, mentre la mia proverbiale superbia esige il suo tributo. Perché Ginettaccio è stato più capace di essere campione anche giù dal sellino. Perché preferisco Paolo Conte a Gino Paoli: ma anche di questo dirò più avanti.
Sarei stato per Bartali: la grandezza, però, quella non si discute. Tutti d’accordo: Coppi il più grande. Poi si potrà discutere all’infinito se Merckx o chi per lui sia stato il più forte — secondo la felice distinzione operata da Gian Paolo Ormezzano — ma sulla grandezza di Coppi nessuno ha dubbi. Coppi è come Mozart. Come Caravaggio. Come quei rari uomini che esprimono un talento non umano, totalmente immeritato e privo di qualunque plausibile causa che non sia un gratuito e formidabile intervento divino. Non si parla qui del dio dei filosofi, ma di un Dio onnipotente, geloso e misericordioso al tempo stesso, capace di preferire alcuni tra i suoi figli senza mostrare nessuna vergogna; il fatto poi che questo sproporzionato talento sia spesso caricato sulle spalle di uomini altrimenti fragili, non fa altro che rendere più evidente la gloria del loro Creatore — oltre a far rodere di invidia le altre creature.
Una grandezza indescrivibile a parole: ci ha provato Gino Paoli, da molti ritenuto un poeta, e il risultato è una canzonetta che ruota intorno all’infantile rima lassù/cielo blù. Niente a che vedere con il capolavoro che Paolo Conte ha scritto per Bartali: anche qui la rima in ù (più/caucciù), ma anche il cellofàn, il cine, i sandali ovviamente, la campagna che abbaia, i francesi che fanno la loro rima con i giornali, i giornali che svolazzano, e il cerchio si chiude, sui francesi e sui loro maledetti poeti. Epica allo stato puro.
Sarei stato per Bartali, ma fossi stato per Coppi non gli avrei perdonato la storia con la Dama Bianca: sono troppo tradizionalista e benpensante. In verità credo che allora non gliel’avesse perdonata nessuno: Giulia Occhini fu amata dai tifosi di Fausto quasi quanto Yoko Ono dagli appassionati dei Beatles: non altrettanto, ma quasi quanto. Non gliel’avrebbe perdonata neanche l’albatros, che è un uccello oceanico ma rigorosamente monogamico. Oggi poi è facile fare i moderni, parlare dell’Italia bigotta e democristiana degli anni ‘50: allora era forse più chiaro che ci andavano di mezzo anche altri: la silenziosa signora Bruna, la piccola Marina, il dottor Locatelli — che avrebbe riconosciuto Faustino pur di salvare il suo matrimonio. Oggi facciamo i moderni ed è diventato normale che i nostri matrimoni finiscano, così come i nostri amori: forse è la nostra invidia che ci spinge ad imitare Coppi almeno lì dove possiamo imitarlo. Come se sacrificare le nostre famiglie ci restituisse una briciolina del suo talento.
Mio padre non mi lascerà grandi ricchezze — di questo, a scanso di equivoci, gli sono grato — ma cose più importanti. Mi lascerà anche alcuni giornali di quel 1960, conservati con lungimiranza. I giornali dell’epoca scrissero ciò che i moderni non ricordano mai: alla fine Giulia Occhini rinunciò solennemente a Fausto Coppi, e fu grazie a questa rinuncia che il Campionissimo poté morire da cristiano. I due avevano sbagliato sapendo di sbagliare, una cosa semplice che gli uomini hanno fatto da sempre, così umana da essere quasi commovente: sono i moderni ad aver perso la capacità di chiamare le cose con il loro nome.
In conclusione, possiamo presumere che Fausto sia in Paradiso. Come Mozart. Come Caravaggio. Come Bartali. Dio non è il tipo che elargisce talenti e poi li lascia andare all’Inferno senza fare niente. Da ciò possiamo forse dedurre che in Paradiso si vada in bicicletta: ma senza far fatica. Forse le strade del Paradiso sono in discesa nei due sensi. Ma se è così, cosa fanno Coppi e Bartali in Paradiso? Tutto il giorno a cantare?
Ne è passato di tempo da quando l’ex nuotatore Carlo Pedersoli cercava un nome d’arte credibile: aprì una birra Bud per schiarirsi le idee e gli venne in mente di omaggiare il grande Spencer Tracy. Quella sera nacque un personaggio inimitabile, montato su talento comico secondo solo a quello di Oliver Hardy. Qui continuiamo a considerarli film di serie B, ma un giorno Quentin Tarantino confesserà di avere attinto a piene mani per i duelli multipli di Kill Bill.
LaMiaRegina si è un po’ appassionata ad XFactor, un programma che anch’io — sempre ipercritico nei confronti dell’odierno panorama televisivo — trovo molto interessante. Il programma vero e proprio va in onda alla sera, ma ci sono anche degli spezzoni che vanno al pomeriggio nel fine settimana: così può capitare che LaMiaRegina si prenda qualche minuto di — meritatissimo e sempre troppo breve — riposo. La Pasionaria coglie l’occasione per prendersi due coccole.
— Mamma, cosa guardi?
— XFactor.
— E che programma è?
— È una gara di cantanti: ognuno canta una canzone e quello che canta meglio vince!
— Ah, ho capito: è uno Zecchino d’Oro per i grandi!
Aggiornamento (27.10.2009): I primi commenti di Alga mi spingono a dire qualcosa in più. Le collane possono essere ordinate telefonando allo 02–6749881, oppure scrivendo a collane@avsi.org. Costano 15 euri l’una, ma chiedono di acquistare un pacco da 50 pezzi (te lo mandano a casa). Nel pacco ci sono le collane, ben confezionate separatamente, e materiale informativo dell’AVSI, che è la fondazione sotto il cui ombrello è nato il lavoro di Rose Meeting Point di Kampala. Come giustamente nota Alga qui sotto, le collane sono molto belle:
Sono anche ben fatte, come può testimoniare LaMiaRegina che ne possiede un paio. Cliccando sulla figura accedete ad altre foto delle collane e delle bellissime — sempre per citare Alga — donne del Meeting Point.
Il fatto che l’investimento minimo sia di 750 euri è oggettivamente un ostacolo per molti. Io la vedo così: si possono formare dei gruppi di acquisto (sul lavoro, nel condominio, tra i soci della bocciofila…); oppure può essere una proposta interessante per quelle aziende che per Natale fanno regali ai clienti, o ai collaboratori, che potrebbero per una volta sganciarsi dal classico cesto con i fichi secchi; forse potrebbero essere usate come bomboniere o simili, ma su questo non mi sbilancio. In ogni caso, se volete aiutare Rose date un’occhiata qui.
Concludo con un filmato sul lavoro di AVSI in Uganda (Rose compare dal minuto 8 in avanti):
È morto don Giorgio Pontiggia. Uomo vero, prete vero, educatore vero. Costruttore di uomini, come lo definisce Luigi Amicone ricordandolo su Tempi.
Se l’avete conosciuto — o come me l’avete sentito parlare qualche volta — non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non sapete chi è, Il Sussidiariopubblica alcune lettere dei suoi ragazzi.
Molti anni fa il Giro d’Italia fece tappa a Recanati; qualche buontempone mise in palio un premio per il giornalista che fosse riuscito a scrivere il suo articolo senza citare Giacomo Leopardi, né alcuna delle sue opere. Il premio non fu assegnato.