Inserito da: galliolus | Lunedì, 6 Luglio 2009

Come una dama ottocentesca

Il mare non è perfettamente calmo e la Pasionaria è ancora un po’ arrugginita rispetto allo scorso anno. Qualche incertezza iniziale, poi i braccioli arancioni e la blanda presa di PapaGallio la convincono ad alcune “vasche” a pochi metri da riva. Sulla spiaggia svetta la classica torretta, con statuario bagnino d’ordinanza in regolamentare canottiera rossa.

— Papà, cosa fa quel signore?

— Quello è il bagnino: sta sempre attento alle persone che sono in acqua, e se vede qualcuno che affoga si butta in acqua e lo va a salvare!

[Alcuni secondi di pensiero profondo]

— Quindi il bagnino è un gentiluomo?

Inserito da: galliolus | Venerdì, 3 Luglio 2009

El Flaco Explosivo (1952–2009)

Alexis Arguello è morto l’altroieri, nella sua casa di Managua. Suicida, come suo padre: in casi come questo è sempre molto meglio sospendere il giudizio, fare un po’ di silenzio e affidare il pover’uomo alla Divina Misericordia.

L’ultima volta che l’ho visto — un po’ appesantito, ma fiero come sempre — portava la bandiera del Nicaragua alle Olimpiadi di Pechino: segno della stima incondizionata di cui godeva nel suo martoriato paese.

La penultima volta credo fosse in occasione della rivincita contro Aaron Pryor. Nel primo incontro Arguello era stato sconfitto (KO14), ma per un sospetto doping di Pryor era stata ordinata una rivincita. Arguello perse anche la rivincita (KO10), lo rimisero in piedi con i sali: su quel tappeto lasciò la sua carriera — la parte seria, almeno — ed il sogno di diventare il primo detentore del titolo mondiale in quattro diverse categorie di peso. Secondo le classifiche dell’autorevole The Ring Magazine, è stato il miglior peso leggero e l’ottavo peso piuma della storia; la prima sfida contro Pryor è all’ottavo posto nella lista dei migliori 100 combattimenti della storia.

Dopo la seconda sconfitta contro Pryor — i due diventarono amici e continuarono a vedersi —, lasciò il ring per darsi alla guerriglia insieme al Comandante Zero. Ricordare oggi chi fosse il Comandante Zero è un po’ complicato, e il coccodrillo de La Stampa non fa che aumentare la confusione — oltre a confondere i due incontri con Pryor. Proverò a dare qualche coordinata, a beneficio dei lettori più giovani.

L’opposizione armata alla cinquantennale dittatura della famiglia Somoza era composta da varie componenti: tra essi, il Fronte Sandinista — di ispirazione (catto)marxista — era riuscito a prendere il potere nel 1979, instaurando con Daniel Ortega un regime altrettanto illiberale del precedente. Il Comandante Zero, che pure aveva contribuito alla vittoria sandinista, tornò nella giungla e riorganizzò le sue truppe nel sud del paese; a nord una miriade di piccoli gruppi — soprattutto indios ed ex combattenti sandinisti — diede origine al movimento di guerriglia poi soprannominato Contras. A Managua rimase Violeta Chamorro, direttrice del giornale liberale La Prensa dopo l’assassinio del marito da parte di Somoza: i funerali di Pedro Chamorro furono la scintilla della rivolta popolare che aveva portato al potere i sandinisti, e la vedova era stata cooptata nel primo governo rivoluzionario. L’anno seguente, delusa dalla deriva marxista del nuovo governo, si dimise e La Prensa divenne la più pungente spina nel fianco del regime. Dei suoi cinque figli, due lavoravano con lei al giornale; un altro finì con i Contras, mentre altri due fecero carriera nel governo sandinista: questo per dare l’idea di una situazione più complicata di quanto potesse sembrare con i paraocchi dell’ideologia.

Nei primi anni ‘80, la CIA iniziò a finanziare pesantemente i Contras — qualcuno ricorda il caso Irangate? — ma il Comandante Zero vide solo un pugno di dollari, data la sua separazione logistica e militare dal fronte nord. Chiese ad Arguello — notoriamente antisandinista, anche perché alcuni suoi familiari erano stati ingiustamente uccisi — di aiutarlo a raccogliere fondi in qualità di uomo-immagine. Arguello non era il tipo da pubbliche relazioni, e tornò in Nicaragua per combattere: catturato ed espulso — non potevano certo tenere in carcere un eroe nazionale — tornò negli Stati Uniti, dove sostenne ancora un paio di buoni incontri ma non realizzò mai il sogno del quarto titolo.

Ortega e i sandinisti vinsero le libere elezioni del 1984, ma fu Violeta Chamorro a diventare presidente nel 1990, alla guida di una vasta coalizione. Saggiamente mantenne alcuni sandinisti al governo, e non abolì molte delle importanti riforme portate avanti da Ortega: questo fatto le attirò le ire degli Stati Uniti, ma permise al Nicaragua una vera riconciliazione nazionale. Attualmente, dopo due presidenti conservatori, il presidente è di nuovo Daniel Ortega, sostenuto anche da alcune frange della destra; Alexis Arguello, dopo una storica riconciliazione, era sindaco di Managua per il partito sandinista. Oggi il Nicaragua è un paese povero, ma totalmente pacificato; se ne parla poco, forse anche perché la CIA ha altri problemi da risolvere. Il Comandante Zero si guadagna da vivere pescando squali vicino al confine meridionale.

Io credo che in tutta questa storia ci sia una morale.

Inserito da: galliolus | Martedì, 30 Giugno 2009

Cederò il brevetto alla Mapei

Se il cemento non vi sembra abbastanza resistente, provate con una miscela di biscottino Mellin e bava di bimbo.

Una piccola percentuale di yogurt Teddi alla banana donerà al composto l’elasticità sufficiente a sopportare 6-7 gradi di scala Richter.

Inserito da: galliolus | Domenica, 28 Giugno 2009

Wired

wired
Ho comprato il primo numero di Wired. Ci ho messo un po’ a leggerlo, perché sono uno che legge tutto, e stiamo parlando di un bel malloppone, anche al netto della pubblicità. Costa 4 euri, vale molto più di 4 quotidiani.

Una rivista con tanti pregi che faccio prima a parlarvi dei difetti:

D’accordo, non sono grandi difetti. Nel frattempo, le possibili alternative proseguono sulla linea editoriale di cui ho parlato a suo tempo: Focus DR propone ad esempio le sue “grandi domande”

  • qual è il confine tra perversione e trasgressione?
  • qual è l’origine dell’uovo di Pasqua?
  • perché la lana sulle pecore non si restringe?
  • si può fare sesso nello spazio?
  • perché la carta igienica ha due veli?
  • esistono costumi di carnevale per animali?

Lunga vita a Wired.

Inserito da: galliolus | Giovedì, 25 Giugno 2009

L’imbarazzo della scelta

Sono uscite le tracce per il tema di maturità.

Il Mago Otema ha centrato in pieno due titoli e ad altri due è andato vicino: giù il cappello!

Speravo che si sarebbero ricordati dell’Anno Internazionale dell’Astronomia: dai 400 anni del cannocchiale galileiano ai 40 anni dallo Sbarco ce ne sarebbero state di cose da dire. Invece hanno preferito ricordare l’Anno Europeo della Creatività: diciamo grazie allora che lo scorso anno non sia uscito un tema sulla Patata.

Probabilmente avrei fatto quello sui social network; però mi domando anche quale percentuale dei nostri docenti d’italiano sarebbe in grado di comprendere — non dico correggere — un tema sull’argomento.

In alternativa avrei potuto lanciarmi sul Muro di Berlino, anche se ho un’avversione per il tema generale. Non sono sicuro però che l’argomento sia altrettanto attraente per i nostri maturandi di quest’anno, che per la prima volta sono nati dopo la caduta del Muro.

E voi? Qual è il vostro tema?

Aggiornamento (27.06.2009): La solerte sala stampa ministeriale comunica le statistiche ufficiali. I nostri ggiovani hanno scelto i temi in queste percentuali:

  1. Social Network, Internèt e New Media: traccia scelta dal 32% dei candidati
  2. Svevo (analisi del testo): 18,2%
  3. Innamoramento e amore: 17,9%
  4. Cultura giovanile: 14,6%
  5. Libertà e Muro: 7,9%
  6. Creatività e innovazione: 6,8%
  7. Unità d’Italia: 2,6%
Inserito da: galliolus | Domenica, 21 Giugno 2009

Katyn [****]

katynPiù che una cittadina o un villaggio, Katyn è un insieme di case sparse, vicino a Smolensk. Oggi Russia, ieri Unione Sovietica. Vicino a Katyn c’è un bosco. Nella primavera del 1940, circa 22.000 prigionieri di guerra polacchi — fino ad allora detenuti in vari campi di concentramento sovietici — furono portati nel bosco di Katyn e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Buona parte di quegli uomini erano ufficiali. Per le regole di reclutamento dell’esercito polacco, gli ufficiali erano tutti laureati: si trattava della borghesia colta, degli intellettuali di un’intera nazione. A guerra finita, quelle persone non sarebbero rimaste nell’esercito, ma avrebbero costituito la spina dorsale della ricostruzione polacca. Probabilmente fu proprio questo l’obbiettivo del massacro: prova ne sia che anche le famiglie degli ufficiali furono sistematicamente perseguitate ed eliminate. Si salvarono quelle mogli e quei figli che riuscirono a fuggire ad ovest, nella zona controllata dai nazisti: un riassunto della storia secolare della Polonia, sempre in bilico tra ingombranti vicini.

Ventiduemila persone.

Un colpo per ciascuno.

Un lavoro meticoloso.

La strage di Katyn fu scoperta tre anni dopo dai tedeschi, che arrivarono lì durante la loro avanzata sul fronte orientale. Nel dopoguerra i sovietici compirono un capolavoro di disinformazione, spostando il massacro avanti nel tempo e accusando i tedeschi, ormai inoffensivi. Addirittura cambiarono il nome di una città bielorussa, dove effettivamente i tedeschi avevano fatto una strage di sovietici: Hatyn diventò Khatyn e la confusione fu completa. La responsabilità fu ammessa solo dopo il 1989, e ancora oggi la strage pesa come un macigno sui rapporti tra la Polonia e ciò che rimane dell’Unione Sovietica. Soprattutto è una ferita ancora sanguinante nell’autocoscienza del popolo polacco, il quale ha avuto in sorte il compito di rappresentare in sé un’idea grande di Europa, e contemporaneamente di subire le conseguenze di tutte le deviazioni da quell’idea grande.

In Polonia alcuni decisero di non dimenticare, rischiando la vita per mantenere la memoria di un padre o per mettere la data giusta sulla lapide di un fratello. Il film parla soprattutto di questo. Di come la memoria di un fatto possa costruire un popolo, attraverso piccole cose come nomi e date — impossibile non ripensare a Schindler’s list mentre interminabili elenchi di nomi vengono snocciolati, ognuno insignificante, ognuno più importante del mondo intero. La strage rimane sullo sfondo, e il film si svolge soprattutto nel dopoguerra, in una miriade di piccole grandi storie. In un certo senso si potrebbe dire un film al femminile: non a caso per un lungo tratto è quasi una citazione dell’Antigone. Ma è anche un film su cosa vuol dire essere uomo, e padre: io dico che Alga l’ha capito meglio di altri.

Andrzej Wajda ha ottant’anni suonati ed è unanimemente riconosciuto come uno dei giganti della cinematografia mondiale. Ha passato quasi tutta la vita a pensare di fare questo film, non solo perché il padre Jakub fu una delle vittime del massacro: leggete ad esempio questa intervista. Di Wajda ho visto Danton, che è un capolavoro, e L’uomo di ferro, che è stato addirittura fondamentale per la mia formazione. Quindi potreste dire che il mio è un giudizio di parte: userò allora le parole di due critici.

Tullio Kezich sul Corriere della Sera del 13 febbraio 2009 conclude la sua recensione con queste parole:

Solenne come un oratorio e insieme schietto come un racconto di vita, Katyn dovrebbe costituire una visita d’obbligo. Prevedo già che qualcuno, di fronte a questo grido dell’anima espresso in forma classica, dirà che è roba vecchia, «cinema di papà»; prevedo che in un’Italia degradata e irresponsabile, capace di radunare davanti a «Il grande fratello» 8 milioni di telespettatori la sera stessa del dramma di Eluana (scelta avallata da un membro della compagine ministeriale come «voglia di distrarsi»), incontrerà poco. Ma in un paese che insiste a dirsi civile, questo sarebbe un film da vedere in piedi.

Lo stesso giorno Alberto Crespi, su L’Unità, pur dopo aver erroneamente affermato che il film non è un capolavoro, conclude in questo modo:

Vederlo, per chi si è riconosciuto nella storia del comunismo, nelle sue grandezze e nelle sue tragedie, è compiere un atto di giustizia.

Ecco: indipendentemente dalla questione del comunismo, vedere questo film è veramente un atto di giustizia. In Italia lo hanno visto in pochi: in questa intervista Mario Mazzarotto, responsabile della distribuzione italiana, ne racconta alcune ragioni. Io l’ho visto, grazie alla lungimiranza del gestore di un piccolo cinema di provincia. La sala è stracolma, ed è lunedì sera. Gente di tutti i tipi, molti studenti: è un film interessante anche in vista dell’esame di maturità. Il film si vede in silenzio e solitudine, come forse è giusto vedere tutto il cinema polacco; attori superbi, su tutti Maja Komorowska è la moglie del generale.

Gli ultimi venti minuti si vedono praticamente in apnea. Ma non si piange, l’abisso del dolore è troppo grande perché possa essere colmato dalle lacrime. O forse è perché siamo di fronte ad un dolore già salvato dalla resurrezione: si muore e si prega, si prega e si muore, si cerca di rimanere uomini. Titoli di coda, luci in sala, un tizio abbozza un applauso ma si ferma subito. Nessuno lo segue ed è giusto così: non si può aggiungere nulla a quel silenzio. Mi viene in mente la funzione del Venerdì Santo, non so se avete presente: alla fine il prete se ne va senza dire niente, nessun consolante “andate in pace” e neanche uno straccio di “arrivederci”. I fedeli si guardano senza sapere cosa fare: nessuno vuole uscire per primo, nessuno vuole rompere il silenzio e allora si rimane un po’ così, svuotati e impotenti di fronte ad un dolore incomprensibile e inumano. Usciamo in silenzio, cercando di non incontrare altri sguardi che potrebbero costringerci ad un saluto. Nel caso, basterà un microscopico cenno del capo: l’altro è come noi.


Katyn
di Andrzej Wajda
con Maja Komorowska, Maja Ostaszewska, Artur Zmijewski, Danuta Stenka
Polonia, 2007
117 min

Inserito da: galliolus | Sabato, 6 Giugno 2009

Ci metto la faccia

Rileggendo alcuni degli ultimi articoli mi era già venuto il sospetto, ma l’ultimo commento di Estrellita mi ha tolto ogni residuo dubbio.

Non vorrei proprio dare l’impressione di essere un sostenitore di quell’antipolitica oggi così tanto di moda. Mi viene in mente un vecchio professore di filosofia, che amava prenderci in giro per le nostre squadre del cuore. Operazione facile, perché tutte hanno qualche magagna: il punto è che è molto antipatico farlo, se non dici anche tu per che squadra tieni.

Allora vi dico che alle elezioni europee io voto Mario Mauro.

Perché l’ho già votato due volte e, come ho detto in tempi non sospetti, non me ne sono mai pentito.

Perché l’ho conosciuto di persona: sono andato a Bruxelles in gita scolastica e lui ci ha fatto da guida al Parlamento Europeo con disponibilità, passione e competenza. In quell’occasione ho finalmente capito bene il principio di sussidiarietà.

Perché ho condiviso le battaglie su cui si è maggiormente speso in questi anni: l’educazione, la famiglia, la libertà, i diritti umani, la sussidiarietà.

Perché da noi si parla pochissimo di Europa, anche adesso che ci sono le elezioni europee.

Perché la sua idea di Europa è più profonda di quella piovra burocratica che a volte ci presentano.

Perché faceva l’insegnante e capisce di scuola.

Perché si presenta per andare in Europa e non solo per farsi bello in Italia.

Perché va in Europa per lavorare seriamente: ha il 94% di presenze e una quantità sterminata di interventi.

Perché potrebbe essere l’ultima volta che votiamo con le preferenze, e voglio giocarmela bene.

(Voi votate pure per chi volete e resteremo amici lo stesso: non sono tra quelli che pensano che la salvezza venga dalla politica.)

Inserito da: galliolus | Venerdì, 5 Giugno 2009

Fuori dai gangheri

Egregio Sig. Melacca,
Le scrivo questa pubblica lettera non avendo trovato il Suo indirizzo.

Non La conosco, ma un Suo bel primo piano campeggia da qualche giorno sui muri della mia città, essendo Lei candidato alle elezioni provinciali per l’Italia dei Valori, forse meglio nota come Lista Di Pietro. Sotto alla foto, le solite frasi fatte che vanno bene per tutti i partiti e tutti i candidati. Forse deluso dalla banalità di quelle scritte, ha pensato bene di far aggiungere una striscia bianca con il motto: “INCA**ATO QUANTO VOI”. Ecco, lo sapevo, non riesco neanche a scriverlo.

Non è per moralismo, anche a me ogni tanto scappa qualche parolaccia; è che le parole scritte hanno più valore di quelle dette, e quelle scritte in maiuscolo ancora di più. Le parolacce dette scappano, possono scappare a tutti; quelle scritte bisogna proprio pensarci e concludere che non c’era modo migliore di dirlo. Io, per esempio, ho un blog sul quale scrivo parole: cerco di soppesarle per bene, perché poi rimangono scritte e la gente potrebbe farsi un’idea sbagliata di me. Così, se una parola non mi viene, vado a compulsare il mio dizionario — ammetterà che la parola compulsare è bellissima: anche quella l’ho trovata sul dizionario, erano anni che volevo usarla.

Forse Lei ha ragione: il logorìo della vita moderna — sente come suona bene? Molto meglio di stress, non trova? — ci porta talvolta a perdere la pazienza, a lasciarci prendere dal malumore, ad essere nervosi, contrariati, indignati, adirati, arrabbiati, incattiviti, furiosi, imbufaliti, imbestialiti perfino. Io lo so bene, si figuri che insegno matematica alle medie: ho degli scatti d’ira, mi va il sangue alla testa, vado su tutte le furie, ammattisco per la rabbia; ma sono un professionista, so di esercitare un ruolo pubblico ed educativo e mantengo un’apparente ed autorevole calma. Ma non è solo il lavoro, naturalmente: mi capita anche altrove di avere accessi di collera, di stracciarmi metaforicamente le vesti, di strapparmi ancor più metaforicamente i capelli, di avere dei travasi di bile; e quando mi passa non passa del tutto, ma continuo a serbare rancore, covare risentimento, tenere il broncio.

Ci sarebbe anche la considerazione che il suo stato d’animo non necessariamente La rende atto a rappresentarmi in Consiglio Provinciale; e poi c’è quel “quanto voi” che è un po’ azzardato — cosa ne sa Lei, di quanto lo sono io? —. Però qui entriamo nella politica, e il discorso si fa complicato.

Invece vorrei fare un discorso semplice: io non voto per quelli che scrivono parolacce sui muri della mia città. Neanche se lo fanno in nome dei Valori.

Inserito da: galliolus | Giovedì, 4 Giugno 2009

Un uomo normale

Alfred Hitchcock diceva sempre che uno dei segreti dei suoi film è mettere persone normali in situazioni eccezionali. A volte accade che la Storia — quella con la S maiuscola — passi vicino ad un uomo normale, e che questo si faccia trovare pronto.

Sono passati vent’anni esatti — anche se in Italia era ancora il 3, a Pechino era già il 4 giugno del “magico” anno 1989 — da quando i carri armati entrarono a Piazza Tiananmen: “la Porta della Pace Celeste” come aggiungono sempre i giornalisti, forse senza accorgersi dell’ossimoro. In questo articolo non voglio parlare di ciò che accadde, ma solo scrivere alcuni ricordi personali.

Ricordo che la sera stessa, mentre ancora si susseguivano le notizie sull’entità del massacro, l’inviato del TG1 democristiano ricordava che sì, non era stato un bel gesto da parte del governo cinese; ma ricordava anche le grandi opportunità che avrebbe aperto l’amicizia con quel bel governo, amicizia che non andava assolutamente lasciata cadere per un incidente di percorso.

Ricordo che Michail Gorbacev — che pure era stato più di un simbolo per gli studenti della piazza — e George Bush — sono otto anni che tutti danno addosso al povero George W., ma ve lo ricordate il padre? — furono sostanzialmente d’accordo con il mite giornalista democristiano: Deng Xiaoping e i suoi lacchè non saranno dei santi, ma assicurano stabilità, ordine e commercio; lo stesso non si può dire di questi studentelli e dei loro ingenui sogni.

Ricordo le email che arrivavano dalla piazza. Non c’era l’Internet nel 1989, non come la intendiamo oggi. O meglio, c’era l’Internet senza il World Wide Web, se capite la differenza. C’era la posta elettronica. Al Dipartimento di Fisica, alcuni avevano un indirizzo: c’erano messaggi che partivano da Pechino e rimbalzavano come catene di Sant’Antonio su e giù per il mondo. Venivano stampati su un enorme modulo continuo giallino — quanta carta sprecata solo per riportare le decine di From e To — ed appesi in bacheca. Scritti in un inglese semplice e chiaro, erano messaggi pieni di un’ingenua speranza. Gli studenti erano sicuri che l’esercito non avrebbe osato attaccarli, semplicemente non concepivano che dei cinesi potessero sparare su altri cinesi. Anche loro erano figli dello stesso inganno, quello che Augusto Del Noce pochi giorni dopo chiamò la più grande vergogna del nostro secolo. Il mondo era diventato piccolissimo, e quasi senza accorgercene eravamo anche noi sotto la Dea della Democrazia.

E poi ricordo lui, l’uomo senza nome. Contro i carri armati, armato della sua borsa della spesa.

Adesso alzatevi in piedi, e rendetegli omaggio insieme a me. Almeno quello. Perché la Storia — quella con la S maiuscola — ha dato torto a lui e ragione al mite giornalista democristiano.

Inserito da: galliolus | Martedì, 19 Maggio 2009

Onorevole lei?

Egregio Signor Scanderebech,

mi permetto di disturbarLa in riferimento alla Sua campagna elettorale per le imminenti elezioni europee. Premetto che fino ad un paio di giorni fa non avevo mai sentito il Suo nome, ma che Lei è candidato in un partito verso il quale nutro un moderato apprezzamento: non sto dicendo che lo voterò — non ho ancora deciso se e per chi votare —, ma credo di essere sensibile ad alcuni argomenti della Vostra campagna elettorale. Oltretutto, conosco bene una delle persone che sono candidate insieme a Lei, e gode della mia più completa stima — no, non è il noto ballerino. Se non voterò per quell’uomo, non sarà perché non lo ritengo all’altezza, ma perché ritengo che possa meglio servire il Paese continuando a fare il suo lavoro, fuori dal Parlamento.

Premetto tutto questo perché sia chiaro che questa lettera vuole essere una critica costruttiva, e non un semplice mugugno; sono molto lontano dalle posizioni di certa antipolitica, oggi così in voga.

Ho ricevuto una telefonata. Non era Lei, e non era neanche uno dei Suoi collaboratori, o uno dei tanti volontari che certamente La affiancheranno in questa avventura elettorale. Per essere precisi, non era nessuno. Ho sentito una voce registrata: mi ha fatto tutto il suo bel fervorino, poi mi ha proposto alcune opzioni chiedendomi educatamente di digitare il numero corrispondente alla mia scelta. Tutto in regola, c’era anche l’opzione per non ricevere altre comunicazioni. Ogni tanto mi accade di ricevere simili telefonate: cerco l’opzione “lascia un insulto al responsabile dell’ufficio commerciale”, ma non c’è mai. È che mi sembra un metodo di una violenza ignobile: telefoni a casa mia, chiedi i miei soldi, ma non hai neanche la minima educazione di salutarmi di persona. Già è fastidioso quando mi chiama una persona in carne e ossa: il primo istinto è quello di mandarla a quel paese, ma poi mi viene in mente che quel povero telefonista fa un lavoro duro e probabilmente sottopagato; così cerco di trattarlo bene, se non diventa troppo insistente. Comunque sia, non compro niente da chi pretende di entrare in casa mia in questo modo.

Nel Suo caso l’errore è molto più grave: usa le tecniche di telemarketing più aggressive per conquistare la mia fiducia. Ho l’impressione che questo canale non Le farà guadagnare un solo voto; andrà bene se non Le farà perdere consenso. Non so quale testa d’uovo del Suo staff possa averLe dato questo consiglio, che temo Le sia anche costato dei soldi.

Capisco che il duro lavoro di responsabile del numeroso gruppo consiliare dell’UDC alla Regione Piemonte non Le lasci il tempo di chiamarmi di persona. Ma sono certo che una persona nella sua posizione, che ambisce a rappresentare tutto il Nord-Ovest d’Italia, avrà qualche amico che possa fare le telefonate in Sua vece. In caso contrario, fossi in Lei mi farei qualche domanda.

Confesso però che sono curioso di vedere come va a finire: magari prenderà una caterva di voti, proprio grazie ai suoi sistemi da Mastrota. Se accade, non salterò sul carro del vincitore: me ne starò in disparte, mentre Lei e i Suoi accoliti festeggerete pucciando polenta nel caffè.

P.S.: La informo che questa lettera è stata resa pubblica sul mio blog, dove pubblicherò anche una Sua eventuale risposta.

Aggiornamento (21.05.2009): In ossequio ad un elementare principio di par condicio, informo di aver inviato una lettera uguale a questa al Signor Bertot. Ho fatto un copia-incolla, con pochissime differenze: stiamo parlando stavolta del Sindaco di Rivarolo Canavese, candidato per il PDL. La voce era la sua, e non c’era l’opzione per non ricevere altre telefonate. Però ringraziava per l’attenzione e si scusava per il tempo che mi aveva fatto perdere. Mi sono permesso anche di dare un piccolo consiglio: il blog di un candidato alle elezioni merita di essere aggiornato un po’ più spesso.

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