Pubblicato da: Galliolus | lunedì, 4 maggio 2009

Diritti civili e pressione sociale #1

In sala d’attesa (lunga) dal dottore, ho dato un’occhiata ad una rivista di psicologia. Non sono competente, né appassionato, né so dire se si tratti di una rivista autorevole: ma le alternative erano improponibili.

In quello che aveva tutta l’aria di un editoriale, si dava la buona notizia che sono in aumento esponenziale le separazioni tra coppie di anziani. A me sembrava una notizia deprimente, ma proseguendo la lettura ho capito: va considerata buona perché la separazione è segno di una indomita speranza nel futuro e di una rinnovata capacità progettuale — si pensi all’espressione rifarsi una vita —, di solito assenti o indebolite nelle persone di una certa età. Quando i figli crescono e le mamme (o i padri) imbiancano, è bene darsi una mossa e mettere un pizzico di pepata novità alle proprie misere vite; poi ci sono quei menagramo che — per pigrizia, quieto vivere, convenzioni sociali, pace dei sensi, etc. — restano fedeli alle apparenze. Perché solo di apparenze può trattarsi: l’idea che un uomo possa sinceramente amare la stessa donna per tutta la vita — come sto facendo io, come sta facendo mio padre, come ha fatto il padre di mio padre e tutti gli altri dalla preistoria ad oggi — semplicemente non è contemplata dall’editorialista.

Ma non è di questo che voglio parlare. Ho citato questo giudizio solo per togliere il sospetto che si tratti di una rivista legata ad un’idea tradizionale di famiglia, come si può vedere anche da altri servizi. Ciò di cui voglio parlare è un’altra inchiesta, sul tema: è possibile innamorarsi di nuovo della stessa persona? Le testimonianze dei lettori affermano di sì, raccontando casi francamente incredibili di separati o divorziati che tornano insieme addirittura a distanza di anni, a volte dopo aver avuto altre relazioni, con una capacità di perdono a dir poco sovrumana. La redazione dà un giudizio molto pragmatico: una volta era molto più difficile, ma oggi è diverso. Oggi la separazione ha preso il posto di quella che una volta era una semplice crisi coniugale: un periodo di tempo nel quale non si era più sicuri di amare una persona, con la quale però si continuava a convivere, a guardarsi, a parlarsi, finché non ci si rendeva conto che il nostro bene era stare con lei, che il perdono non è la miglior vendetta ma è molto più umano della vendetta, che tutto sommato quella rinuncia o quel cambiamento che ci veniva richiesto era ben poca cosa rispetto al bene che ne avremmo ricevuto.

Questo accadeva una volta, in un mondo fatto di convenzioni sociali e di apparenze. Certo, potevi anche fare le valigie — «Torno da mia madre!» —, ma avresti sempre trovato qualcuno che ti avrebbe riportato a casa tua, magari anche a calci nel sedere. Certo, potevi innamorarti della segretaria, ma lei era socialmente incoraggiata a dire di no: per non rovinare una famiglia, o per paura di essere considerata una che ha rovinato una famiglia. La tua famiglia poteva continuare a vivere, e se anche la vita era debole nessuno avrebbe proposto l’eutanasia. L’amore avrebbe potuto rinascere: saresti stato capace di trovare una buona ragione, o saresti stato costretto a fartene una ragione. I figli non si sarebbero accorti di nulla, e qualche amico avrebbe portato volentieri il lieve fardello di un segreto.

Poi è arrivata la modernità: libertà, diritti civili, amore autentico. Nel giro di una sola generazione tutto si è capovolto. Oggi ci si sposa a 35 anni, dopo un adeguato periodo di convivenza, dopo aver avuto numerose esperienze sentimental-sessuali, ma tutti sono pronti a scommettere che gli sposi non sono ancora maturi. E i matrimoni spesso non reggono il peso della prima lite. Perché? Gli sposi moderni non sono più quelli di una volta? Il punto è che tutto, intorno agli sposi, spinge verso la separazione. Gli amici tenderanno a dividersi, parteggiando per l’uno o per l’altro: litigo con mia moglie, offro una birra ad un amico per parlarne un po’; lui semplicemente mi dà ragione, e al secondo giro calca la mano facendomi vedere quanto è cattiva lei. Se cambio idea, avrò anche il problema di convincere l’amico, o di passare per scemo. Mia moglie farà la stessa cosa con le sue amiche, e nessuno dei due vorrà passare per scemo prima dell’altro.

E i genitori? Ricordo un episodio familiare: quand’ero bambino — qualche anno dopo il referendum sul divorzio — un mio lontano parente voleva sposarsi, ma sua madre aveva le sue buone ragioni per essere contraria all’idea. Pertanto fece al figlio — informando tutto il parentado, me compreso — la sua promessa: «Se sei convinto sposala pure: sappi però che qualunque cosa succeda io darò sempre ragione a lei!». Ditemi voi se è immaginabile, oggi, una mamma di maschio italiano che ragioni in questi termini. Oggi il figliol prodigo è accolto a braccia aperte: «Il mio bambino! Te l’avevo detto io che non era la donna adatta a te!»

E i figli? Be’, a loro le abbiamo sempre date tutte vinte, abbiamo assecondato tutti i loro capricci, son venuti su viziati e antipatici, adesso è ora di imporre finalmente la nostra autorità. Abbiamo il diritto di rifarci una famiglia, e se per esercitare il nostro diritto dobbiamo distruggere la loro, di famiglia, tanto peggio per loro. Non siamo mica più nel medioevo. E poi non è la quantità del tempo, è la qualità. E poi ci si può separare in modo civile. E poi è sempre meglio così che vedere i genitori litigare.

Mi sembra che quella rivista — da una prospettiva assolutamente laica e pragmatica — abbia dato la dimostrazione di un fenomeno sottovalutato quando si parla dei cosiddetti “diritti civili”. Non si tratta di argomenti privati, per i quali la libertà personale sia l’ultimo — se non unico — tribunale: legiferare su certi argomenti produce modifiche sociali profonde, anche tra coloro che non sono direttamente toccati.

[Questo articolo è in gestazione da tempo: qualsiasi riferimento alla cronaca è da ritenersi casuale]

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Responses

  1. post molto interessante.

    non ho letto l’articolo di cui parli, quindi non posso giudicarne il tono e le intenzioni.
    però so che una separazione è sempre devastante, non credo che la si affronti a cuor leggero.
    quando mi sono sposata ero convinta che sarebbe stato per sempre (altrimenti che mi sarei sposata a fare), che il sentimento col tempo e con i figli sarebbe cambiato ma non in peggio, anzi, si sarebbe trasformato e arricchito.
    che il matrimonio sarebbe stato una bella sfida perché la vita non è facile, e che aiutarci, sostenerci (perché no? anche sopportarci) e fare esperienze (belle e meno belle) insieme ci avrebbe uniti sempre di più.

    invece ho imparato che due persone non sempre affrontano le stesse cose nello stesso modo, che l’amore di uno non basta per tutti e due, che non puoi convincere e, tanto meno, costringere a restare chi non vuole stare più.

    insomma, varie esperienze mi hanno insegnato che l’amore (e passami il paragone un po’ pesante) ha la data di scadenza, come lo yogurt.
    se ti va bene, resta l’affetto, altrimenti nemmeno quello (anzi, certe volte ti tocca continuare a pagare uno “sbaglio di valutazione” per tutta la vita, anche se è ingiusto).
    è stata una lezione dura, al punto che faccio fatica a trattare l’argomento con i miei figli e rifuggo qualsiasi “occasione”, tanto so che poi finisce, e fa male.

    ma conosco anche coppie di anziani che stanno insieme odiandosi e maltrattandosi (i miei vicini del piano di sopra, ad esempio, che si vaffanculeggiano e si urlano a vicenda le peggio cose dalle cinque del mattino in avanti) e magari restano sotto lo stesso tetto solo perché non hanno più la forza di cambiare o hanno paura di morire soli.

    e che dire di certe sere in cui non so con chi parlare e magari vado su skype per fare quattro chiacchiere e mi si aprono finestre su finestre di maschi giovani e regolarmente sposati (lo dicono loro stessi), con moglie dormiente e che non hanno alcuna intenzione di conversare, tranne che con la webcam?
    sai che quando chiedo loro come mai passano la notte online mi trattano come un’idiota?

    io non capisco.
    so solo che l’amore, l’affetto, la tenerezza, la condivisione e la reciproca protezione dovrebbero essere sacrosanti diritti per ognuno di noi, se è vero che siamo stati creati con amore, e per amare.

    ma so anche che le unioni (benedette in una chiesa o anche no) che durano – con amore – tutta la vita sono sempre state rare, non solo oggi, e che per farle funzionare ci va coraggio, bravura e soprattutto fortuna.
    perché tante volte il coraggio e la bravura da soli non bastano.


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